18 agosto 2006

In the beginning - 2 di ?


Negli anni delle elementari – dal 1971 al 1976 – come ho scritto nella prima parte – i fumetti per me si dividono in quelli “ufficiali”, in quelli ”tollerati” e in quelli “malvisti”. Come è ovvio, sono sempre gli amori proibiti quelli più dilanianti e più importanti, ed è proprio quest’ultima categoria di “giornalini” quella che alla fine è diventata non solo la mia passione, ma anche il mio lavoro.

Perché, ed è questo un elemento che merita una riflessione, i fumetti “malvisti” in casa Lupoi erano quelli Marvel, i vari UOMO RAGNO, THOR, DEVIL e FANTASTICI QUATTRO che dal 1970 invadevano le edicole grazie all’editoriale Corno, e che erano troppo “violenti”, troppo “colorati”, troppo poco “educativi” per un “bravo bambino” come il sottoscritto (anche se devo dire però che in una sorta di mia analisi revisionistica di quegli anni, sto iniziando a pensare che più che essere fumetti “malvisti” dalla mia famiglia, erano fumetti da cui io stesso fuggivo un poco, dato che esercitavano un fascino così profondo e magnetico che quasi volevo tenermi al riparo da quella che pensavo potesse essere una "trasgressione" pericolosa).

Sia come sia, i fumetti di super eroi li vedevo a sei, sette anni, ma erano off limits, finché, in un pomeriggio bolognese d'inverno di inizio 1973, con la notte che arriva alle quattro del pomeriggio e la città che si intorpidisce, non mi ritrovai a casa di un compagno di seconda elementare, a fare i compiti e a giocare. E - meraviglia delle meraviglie – per la prima volta nella mia vita ebbi tra le mani un albo Marvel, il mio primo UOMO RAGNO, il numero 66 della serie Corno... quell'incontro con Mysterio disegnato da John Romita. Esatto, quello in cui Spidey sembra essere rimpicciolito alle dimensioni di un aracnide vero, ed è prigioniero del suo nemico in un luna park da incubo. Fin da quella prima lettura furtiva avvertii quella che era la cifra stilistica per me più forte e interessante degli albi Marvel... il dramma, il pathos, la spirale della disperazione che culmina con l’ebbrezza della vittoria… e con il suo amaro sapore, spesse volte.

Ci volle un anno prima che potessi avere il primo albo Marvel tutto mio, un anno passato a sbirciare le copie di qualche amico, e a informarmi con loro sui poteri e le origini dei diversi personaggi. Fu mio padre, grande spirito libero, a regalarmi quel primo albo Marvel, nel febbraio 1974: era FANTASTICI QUATTRO 75, “Non più cosa”, con in appendice “Nessuno può fermare Raggio Pungente”, un racconto di SUB-MARINER. Era una lettura inebriante, ipnotica. Avevo toccato con mano un universo illimitato di immaginazione, dove tutto era possibile, dove la fantasia fluiva indisturbata, dove la posta in palio era la vita o la morte, la salvezza o la dannazione, la sopravvivenza di un solo bambino umano o di un’intera civiltà.
Ricordo ancora l’emozione di quell momento, le cento, mille letture di quelle 48 pagine, da cui cercavo di risucchiare ogni brandello di informazione (e ricordo le evasive risposte della pagina della posta ancora adesso con una punta di insofferenza). Ricordo l’ingenuità di quel momento. Pensavo per esempio che nei FQ in ogni numero toccasse a uno diverso del gruppo sconfiggere i cattivi. O che il “Captain Marvel” citato nel copyright fosse il protagonista della breve storia “libera” di fantascienza che chiudeva l’albo… ;-)

In qualche modo, fu quel primo acquisto ad aprire il vaso di Pandora dell’invasione Marvel nella mia vita. Mi feci comprare altri albi da mio padre, poi da amici di famiglia, dagli zii: Fantastici Quattro, Capitan America, i Difensori… quindi con la mia paghetta iniziai a decidere autonomamente quail fumetti comprare. All’inizio – a dire il vero – non mi potevo permettere molto. Magari qualche albo usato, in estate, preso da qualche ragazzino che li vendeva in pineta, a Zadina di Cesenatico. Compravo le raccolte, soprattutto, che costavano poco e “c’era molto da leggere”.

Ero piccolo, e quindi mi piaceva il lato più ingenuo della Marvel: I FQ di Lee e Kirby, o anche Cap e gli X-men degli stessi autori, soprattutto. Se mi capitava il Fury di Steranko, il Ragno e il Capitan Marvel di Gil Kane, o certi Devil di Conway e Colan, per non parlare di Ghost e del suo teschio fiammeggiante, o dei cupi e cinici Difensori…. ci rimanevo male, mi sembrava roba troppo forte, troppo violenta, confesso che a volte faticavo a capirla. Era anche questo un freno inibitore a un acquisto regolare: ero ancora preso dal mondo del Corriere dei Ragazzi, con le rubriche educative e una certa aura di buoni sentimenti, e mi sembrava di trasgredire chissà quale comandamento nel leggere quelle “cose da grandi”.

Certo, se c'era l'occasione sbirciavo i nuovi numeri, ma quando mi aspettavano storie come la morte del Capitano Stacy o di Gwen o di Goblin, o minacce di vampiri viventi e lupi mannari... il dramma era troppo per un ragazzino di meno di dieci anni...

Nell’ultimo anno delle elementari, tuttavia, esplose il fenomeno Supergulp, che tolse molto dell’alone di trasgressione ai personaggi Marvel. In prima serata, su RaiDue, il programma presentava i cartoni animati di Spider-Man e dei Fantastici Quattro, e ricordo ancora l’emozione di quelle serate, in cui coinvolgevo tutta la famiglia, e l’attesa quasi smaniosa dell’appuntamento settimanale con il più grande show TV mai realizzato sul mondo della Nona Arte. Con quel programma, la Marvel usciva da una certa dimensione underground per diventare – più che mai – un fenomeno di massa.

Supergulp aprì la strada al lancio della prima serie di ristampe cronologiche dell’Uomo Ragno, la prima collana Marvel che ho seguito regolarmente, a partire dal giugno 1976, L'UOMO RAGNO GIGANTE (ironicamente, e non lo sapevo all’epoca, solo poco prima che il Corriere Dei Ragazzi facesse karakiri e scomparisse dalle edicole). Tutto era perfetto. Il formato. I colori. Il meraviglioso frontespizio pieno di "faccine" disegnate da Romita, faccine di cui all'epoca conoscevo a malapena un 10%. Mi immersi per la prima volta nel mondo di Stan Lee e Steve Ditko, scoprendo storie di cui avevo solo sentito parlare, ma che non avevo ancora mai letto. E anche se avvertivo che il tratto di Ditko e lo stile di Lee dell’epoca erano più primitivi rispetto alle storie posteriori che conoscevo, fui subito travolto dalle emozioni, da un senso del dramma intenso e forse più adatto alla mia età. Era solo l’inizio, ovviamente, di una storia che…

Continua (2 di ?)

17 agosto 2006

Day of wind and wrath


Il vento di ponente si è levato, come succede sempre dopo Ferragosto a queste latitudini, portando aria fresca e mare grosso. In queste occasioni si fanno passeggiate, o si rimane in terrazza a leggere, e oggi mi sono dedicato proprio a questo. Ho finito Dies Irae, e completata in una sola sessione la lettura di Ilium, di Dan Simmons.

Dies Irae, di Giuseppe Genna, mi è stato regalato per il mio compleanno, da un’amica che lo aveva letto e me lo raccomandava caldamente. Ho iniziato a leggerlo contemporaneamente ai capitoli finali di Underworld, ignorando che del romanzo di DeLillo questo è un vero e proprio omaggio, per non dire pastiche. Stessa struttura, stessa volontà di mantenere uno stile letterario lirico e alto, varie citazioni di DeLillo, e per finire, i due romanzi si chiudono con la stessa parola (no, non è “fine”, ma un’altra parola, una delle più importanti e cruciali dell’esperienza umana, che non posso rivelarvi dato che DeLillo ci costruisce sopra l’intero finale di Underworld, ed è importante arrivare a quell’ultima parola senza sapere di quale si tratta).

Dies Irae, se UW parla di 50 anni di storia americana, parla di 25 anni di storia e misteri italiani, da Vermicino a oggi. Il primo capitolo – uno dei migliori – ricostruisce la tragedia di Alfredino Rampi, il bambino che cadde in un pozzo artesiano e non riuscì a essere salvato, morendo in diretta TV e coagulando forse per la prima volta l’intero paese in un rito emotitivo collettivo davanti agli schermi catodici. Il secondo ci porta al presente e ci presenta i tre personaggi del romanzo: lo stesso autore, Giuseppe Genna, immerso in una profonda crisi depressiva; la psicologa Paola, che da una depressione inimmaginabile ha saputo uscire; la signora di buona famiglia Monica, anch’essa testimone di vari orrori e tragedie nella sua vita di (pseudo) privilegiata.
E come in Underworld, il resto del libro racconta gli eventi che collegano il primo al secondo capitolo, anche se Genna non si azzarda, come DeLillo, a presentarceli in ordine cronologico inverso, ma più tradizionalmente li snocciola nella loro corretta sequenza, inframmezzandoli con frammenti di un altro Dies Irae, immaginario romanzo di fantascienza incompiuto dello stesso Genna che in pratica racconta in oltre 1.727.000 pagine la storia della fine della razza umana.
Le vicende personali di Giuseppe, Paola e Monica, tutte sostanzialmente segnate dalla depressione, dalla malattia, dalla rovina familiare, sono intersecate con i misteri più oscuri d’Italia: dalla morte di Alfredino, ordita da agenti dei servizi, all'ascesa di Cravi, alla scomparsa di Emanuela Orlandi, collegata a una relazione “con il più alto dei prelati”, fino al destino della stessa Moana Pozzi, che viene a conoscere il segreto di Alfredino dopo una notte di sesso con l’agente che lo ha fatto morire. Ironicamente, le parti più deboli del romanzo sono forse quelle dedicate ai “misteri” di cui sopra, mentre più riusciti sono i capitoli in cui appaiono nella loro nuda crudezza la depressione di Genna, il passato di violenza carnale, incesto, prostituzione e droga di Paola, lo squallore di borghesia in declino di Monica. Lo stile di Genna, francamente a tratti ossessivamente eccessivo, a volte ripetitivo, altre impietosamente inferiore al suo modello, decolla soprattutto nelle pagine più sinceramente personali, in cui i drammi suoi e delle sue eroine ci vengono svelati con compassione e pietas.
E la conclusione, in cui la psicoterapia, soprattutto nella versione non verbale della dance therapy, assume un ruolo salvifico, è così forte che mi riesce difficile pensare che Genna non abbia personalmente compiuto un percorso di guarigione di questo genere, e che forse Dies Irae sia per lui un lungo, complesso, atto di elaborazione di un lutto altrimenti non affrontabile.

Papà, addio.
Mi contengo, non vedendo, non so niente, mi dimentico di tutto il tempo prima e dopo, attraversando con movenze mie di cui non ho intelletto il momento buio, afferrabile e inafferrabile, di questo scivoloso presente che slitta nel momento buio e successivo.
Sei una presenza. Sono una presenza io e tu, papà, sei una presenza che è stata e ha compiuto quanto poteva e doveva compiere, e le parole non servivano, nemmeno l’abbraccio che ci siamo dati a occhi chiusi, non il tocco, ma semplicemente esserci e avere trascorso insieme le distanze che abbiamo potuto e dovuto percorrere, a occhi chiusi, dimenticando e tu e io le larve neroviola (---), l’istante ripulito, liscio, dolcemente buio, numinoso come l’oro incalcolabile che è sepolto in un cavo fondo e non smette di parlare senza parole, una lingua aerea che comprendiamo senza sintassi, una lingua istantanea che genera il tocco della mia mano sulla tua fronte fredda risollevata dal parquet della tua stanza, niente è distaccato da niente, ogni cosa compartecipa dell’ordine instabile che si dispone in armonia---


Da leggere, con qualche caveat, ma da leggere.

La recensione di Ilium .--- tra qualche giorno: ora devo leggere la seconda e ultima parte, Olympos

15 agosto 2006

In the beginning - 1 di ?


Il mio primo ricordo, la prima traccia di me, non è un cluster di neuroni, un insieme di segni biologici nella mia memoria; è un nastro di celluloide in super8, dimenticato per decenni e poi fatto ascendere alla gloria del codice binario di un DVD da un'anima generosa che ha voluto farmi un regalo che non si dimentica facilmente.
In questa registrazione - opera di mio padre - ci sono io a due anni che cammino per Bologna, portato per mano da mia madre, trentenne e bellissima, con il sorriso aperto al mondo di chi è ancora totalmente immerso nella beatitudine dell'innocenza. Arriviamo a un’edicola di giornali, in piazza Galileo, e mia madre mi compra un albo di favole illustrate. Io lo prendo in mano, lo guardo e lo riguardo sorridente. Il video sembra quasi presagire il mio lavoro nell’editoria, e – ironia della sorte – fu girato a pochi metri da quello che sarebbe stato il mio primo ufficio come editore vero e proprio, in Piazza Galileo.

Forse tutto inizia lì, in un albo di favole illustrate, in un Topolino letto pazientemente da una madre o una zia, qualche Corriere dei Piccoli prestato dai cugini; fatto sta che quando inizio a leggere a 6 anni, nel 1971, non ho alcun dubbio sul fatto che quello che mi piace più di tutto sono i fumetti, i giornalini che nell'edicola sotto casa in via Marconi troneggiano nello splendore dei loro quattro colori.

Ci sono diversi tipi di fumetti, nei primissimi anni di lettura. Ci sono quelli "permessi", che vengono portati a casa con la benedizione di mamma, anzi, comprati da lei su mia richiesta, con puntigliosa regolarità.
Ci sono quelli "malvisti", come tutti i fumetti Marvel, e quelli "tollerati" come i Linus.

Tra i fumetti "ufficiali", Topolino è il primo amore, ma dura poco: fin da allora, lo trovo troppo naif, troppo banale. Già mi chiedo "chi è la madre di Qui, Quo e Qua? perché vivono con lo zio?", "Ma se i Bassotti sono finiti in prigione nello scorso numero, come mai sono già liberi?". Mia madre mi risponde "I delinquenti in prigione ci rimangono sempre poco", ma è una risposta che non mi convince. Di TOPOLINO mi piace solo Paperinik, ricordo ancora la storia di villa Rosa con i nipotini che spiegano cosa significa Sursum Corda; mi piacciono le storie a puntate (abbastanza rare) tipo "Storia e Gloria della dinastia dei paperi". Super Pippo non mi convince, avere super poteri come quelli solo mangiando delle noccioline è... un'idiozia.

Il mio primo vero amore fumettistico è invece il Corriere dei Ragazzi, il periodico a fumetti del Corriere della Sera, che soppianta Topolino tra le letture "approvate".
Arrivo al CdR a sette anni, nel 1972, quando ormai il "divorzio" con il Corriere dei Piccoli è un fatto consolidato. Avrei poi recuperato - grazie ai cugini abruzzesi di Marana di Montereale - alcune annate del CdP di fine anni '60, imparando ad amare su quelle pagine il grande fumetto francese genere Luc Orient, Ric Roland, Bernard Prince, i Puffi etc... ma è sicuramente il Corriere dei Ragazzi - nella sua breve vita dal 72 al 76 - a segnare la mia infanzia e a insegnarmi ad amare il grande fumetto italiano ed europeo... e a capire (o meglio, intuire) i meccanismi di una redazione, come si potevano leggere tra le righe dei tanti redazionali dell'epoca.

Il Corriere dei Ragazzi è stato un sogno irripetibile, una rivista per ragazzi che non li trattava come deficienti, ma li stimolava culturalmente e intellettualmente, uccisa dalla cecità della direzione del Corriere che non capiva il settimanale e dopo pochi anni volle trasformarlo nella brutta copia de L'Intrepido, cavalcando gli adolescenti nazional-popolari e finendo per perdere i lettori fedeli del CdR, che tutt'altra anima e interessi avevano. Andatevi a leggere il bel pezzo di Michele Medda per sapere qualcosa di più sulla breve storia di questo grande periodico.

Del CrR sono un fan sfegatato. Lo leggo dalla prima all'ultima pagina, partecipo a tutti i concorsi, mi iscrivo al CLUB DEI RAGAZZI, conservo e colleziono ogni inserto o gadget, scrivo al direttore (Francesconi e Barberis sono i miei idoli).

Tra i fumetti, ce ne sono tali e tanti da ricordare che potrei andare avanti per pagine e pagine. Mi limito a citare i favoriti assoluti: gli Aristocratici di Castelli e Tacconi, Anni 2000 di Mino Milani, Nick Carter di Bonvi, Altai e Johnson di Sclavi e Cavazzano, il Maestro (sempre di Milani, mi pare, forse il miglior fumetto fantastico italiano mai prodotto), l'Ombra, Processo alla Storia, La Donna Eterna di Buzzelli, Sturmtruppen, Lupo Alberto, qualsiasi cosa di Micheluzzi, e l'esilarante rubrica Sottosopra di Sclavi. Uno struggimento particolare per Valentina Mela Verde, della Nidasio, per quel ritratto di buona, simpatica e sana gioventù milanese di classe media, così lontana dal mio, di mondo, ma così accattivante.

Meno mi piacciono i tentativi del CdR di strizzare l'occhio ai più grandicelli con fumetti volutamente più scafati tipo TomBoy e Lord Shark (beh, non ho neppure dieci anni, dopo tutto!).

Quando il CdR finisce, e si trasforma nella grottesca, patetica, ridicola parodia de L'Intrepido chiamata Corrierboy, è la fine di un'epoca (e in più in un senso, dato che contemporaneamente passo dalle elementari alle medie).

Amori fumettistici nuovi e più importanti mi aspettano, e i fumetti "proibiti" fino a quel momento stanno per diventare i principali protagonisti della seconda metà degli anni '70...

1- continua

13 agosto 2006

Vacanze andaluse


Per qualche giorno all'anno, ogni anno dal 2002 a questa parte, mi sta bene essere un po' andaluso, e mescolarmi a loro, a questi spagnoli del sud dalla parlata stretta e dall'umorismo agrodolce, vivendo al loro fianco, e facendomi con loro qualche giorno di mare, nel piccolo lembo di terra che la provincia di Granada ha sul Mediterraneo, e per la precisione a L'Herradura, l'ultimo paese ancora non distrutto dalla speculazione edilizia di questi paraggi.
Mi piace parlare solo spagnolo, cercando di nascondere (invano) il mio accento italiano. Fare la coda per comprare il pane. Scendere in spiaggia la mattina presto (le 9!) per mettere l'ombrellone e riservarsi un posto "en primera linea", conditio indispensabile in queste spiagge tutte rigorosamente libere. Stare in spiaggia sotto l'ombrellone a leggere El Mundo (ediccion Andalusia) e El Ideal (Granada), dato che il Corriere quest'anno non arriva. Giocare al Sudoku. Leggere Linus, i Simpsons, Dies Irae. Passare ore a mollo, in quest'acqua perfetta finora, cristallina, calma, tiepida, verde il pomeriggio, azzurra la mattina. Pranzare alle 15.00, cenare alle 22.00. Fare la siesta. Giocare al cinquillo. Muovermi solo in autobus, con le corriere dell'Alsina Graells. Bere birra Alhambra, mangiare manchego, jamon iberico, insaladilla rusa, pinchitos, croquetas, tutto rigorosamente casalingo. Aspettare ogni sera il tramonto sulla spiaggia, tramonto che qui arriva un ora dopo che in Italia.
E pensare, rimuginare, inventare, tornare indietro con la mente al passato più che remoto... in principio... in the beginning... (0 - continua)

12 agosto 2006

La nube della non conoscenza


underworld
Originally uploaded by hidden side.
Underworld è un romanzo che da quando è uscito orbita alla periferia della mia attenzione. Sapevo che era un capolavoro, sapevo che un appassionato di letteratura angloamericana come me non poteva non leggerlo, ma l’ho volutamente ignorato per anni. Non erano le dimensioni, circa 1000 pagine, a spaventarmi: posso divorare in tre giorni quasi qualsiasi romanzo di quelle dimensioni. Era forse l’argomento del capitolo uno – una sorta di romanzo nel romanzo dedicato a una famosa partita di baseball al Polo Grounds di New York del 1951 tra Giants e Dodgers - a indispormi. Anni di frequentazioni del baseball virtuale dentro Peanuts non mi hanno ancora fatto amare questo sport, e rimango religiosamente alla larga da qualsivoglia film o libro dedicato a questo argomento.
Si trattava però di un pregiudizio infondato, di una misconception. Underworld non è un libro sul baseball più di quanto la Recherche sia un romanzo sul consumo di madeleines o Ulysses un romanzo sulle torri di guardia della baia di Dublino.
Se il primo capitolo è in effetti tutto sul baseball – un vero e proprio mini-capolavoro letterario uscito in origine su rivista come racconto, leggibile a sé stante, che presagisce tutti i temi del resto del libro e ne stabilisce il ritmo lirico del testo e il colore, il secondo – forse il mio preferito – ci porta al presente, alla vita di un uomo adulto di nome Nick Shay, che nel 1951 era a sua volta bambino, nel Bronx, a pochi isolati dallo stadio di baseball di cui sopra.
Nick oggi fa il manager in una ditta di smaltimento rifiuti e un giorno scopre che una sua fiamma di gioventù – Klara Sax, oggi artista di fama mondiale - ha allestito un’istallazione d’arte moderna nel deserto: d’impulso abbandona il suo itinerario, e si butta nel deserto per incontrare di nuovo questa donna, molto più anziana di lui, ex moglie del suo insegnante di scienze, con cui da ragazzo ebbe un fugace e colpevole intermezzo sessuale.

Qual è il collegamento tra il primo e il secondo capitolo? Nella famosa partita “che fece il giro del mondo”, la palla da baseball dell’home run finale scomparve, portata a casa da un ragazzino di colore, Cotter, che si era intrufolato alla stadio senza pagare il biglietto. Nel secondo capitolo, cinquant’anni dopo, l’elusivo e misterioso cimelio è finito proprio nelle mani di Nick, dopo un pellegrinaggio decennale da una mano all’altra, percorrendo la storia d’America attraverso gli strati sociali e culturali.

Underworld, nello splendore delle sue 886 pagine ricche di personaggi, luoghi, momenti, ci trasporta nella rete sotterranea dell’esistenza, nei cunicoli nascosti della storia e delle storie, collegando i due momenti, il passato e il presente, e intersecando la narrazione con divagazioni sulla vita, la morte, la guerra, il destino, la perdita di spiritualità della società, le mille miserie e le mille glorie di un’umanità dolorante, rassegnata, ma sempre bramosa di uno scampolo di vita e di redenzione. DeLillo ci catapulta nella vita di Nick, di sua madre, di suo fratello, di sua moglie, dell’amante di lei, di Klara, del suo ex-marito, della sua terribile insegnante di scuola cattolica, Suor Edgar, e oltre alle loro vite ci presenta anche quelle di commediografi e politici, di serial killer e graffitisti, regalandoci anche un prezioso intermezzo su Edgar Hoover, il paranoico capo dell’FBI dell’epoca della caccia alle streghe, dipinto in maniera ineffabile, in tutta la sua follia e la sua umana, repressa, fragilità, nonché la rapsodica descrizione di Unterwelt, finto film di Eisenstein.

Underworld – il “mondo sotterraneo” – vuole tessere l’affresco di cinquant’anni di storia americana, attraverso le sue ossessioni, due su tutte: la bomba atomica e i rifiuti, la spazzatura. Quest’ultima è la metafora dell’esistenza, nel mondo della piccola comedie humaine di DeLillo, che ci racconta le vite di un manipolo di personaggi che si disfano di pezzi di sé man mano che sono trascinati nel gorgo della (loro) storia, ma allo stesso tempo rimangono ferocemente attaccati a qualche piccolo, apparentemente inutile, brandello di memoria (un sentimento, una vecchia foto, un ricordo, una palla da baseball consunta) che possa loro permettere di sentirsi ancora vivi, come nei "giorni in cui ero giovane sulla terra, guizzante nel vivo della pelle, imprudente e reale".


La struttura del romanzo è particolarissima. Ogni sezione procede a ritroso, indietro nel tempo, dal presente fino agli anni ’50, per poi tornare al presente nel finale, ma tra una sezione e l’altra, brevi capitoli ambientati nel ‘51 ci raccontano il dramma del padre di Cotter, e della sua decisione di vendere la palla da baseball, rubandola al figlio.
Sembra una struttura farraginosa, ma è forse una delle intuizioni creative più geniali di DeLillo. Il passato che segue il presente, e che spiega il presente. Il presente che anticipa il passato, citando luoghi ed eventi trascorsi, che successivamente vengono espansi. I misteri di oggi, che solo nella narrazione del passato trovano una spiegazione, in un reticolo di rimandi e riferimenti incrociati che occorrerebbe leggere due o più volte per afferrare nella sua completezza.

Lo stile di DeLillo lo avete visto nei due brani che ho recentemente riportato in questo blog. E’ uno stile ipnotico, ritmato, fa venire voglia di leggere ad alta voce. Visionario e musicale, conclude ogni capitolo con una frase a effetto, con un’immagine, un guizzo, una o due righe che mozzano il fiato, che ti colpiscono in fronte con l’impatto della loro liricità.

Un libro che va affrontato con rispetto e amore, uno di quei libri che fa faticare e incanta al tempo stesso, rapisce con le parole, turba e commuove con le sue immagini.

10 agosto 2006

On the way to Madrid


On the way to Madrid
Originally uploaded by Marco40134.
Viviamo in un mondo terribile. Mentre a Madrid-Barajas, nel nuovo terminale che sembra una cattedrale postmoderna di vetro e acciaio, aspetto il volo che mi porta in vacanza, in Andalusia, la gente si agita perché tutti i voli per Londra sono cancellati a causa dell'allerta terrorismo di oggi, in cui 20 kamikaze inglesi volevano far esplodere contemporaneamente sei aerei diretti da Regno Unito negli USA.
E intanto in Libano i missili volano da entrambe le parti, e una guerra che nessuno ha dichiarato ufficialmente e in cui ci siamo trovati immersi senza accorgercene continua a seminare ogni giorno centinaia di vittime civili e a radere al suolo un paese intero.

Non so voi, ma tutto questo mi dà un'inquietudine profonda. Non abbiamo esposto bandiere arcobaleno, ma forse è il caso di tirarle fuori dal cassetto e rimetterle alla finestra, per lasciarcele per sempre, probabilmente e purtroppo.

E di nuovo chiudo casa


Il giorno prima delle vacanze è una sorta di vigilia di Capodanno espansa e in versione estiva. Attacco l'iPod allo stereo e per tutta la giornata vago per la casa sistemando cose, archiviando carte, separando i vestiti, controllando che l'annaffiamento automatico non abbia falle, sleggiucchiando Witchblade, Cyberforce e National Geographic. E' il nove agosto, ma non c'è afa, si possono tenere aperte le finestre, senza accendere l'aria condizionata. Faccio la spola con il computer, scopro il blog di Michele Foschini, ricevo mail che mi sorprendono, piacevolmente, intendo, quelle mail in cui qualcuno si apre a te in maniera inaspettata e vorresti trovare nella risposta parole importanti come quelle che hai ricevuto. Leggo i bei commenti di Stefano Raffaele al post con l'estratto n. 1 di DeLillo. Preparo i libri per il viaggio, e tutto l'ensamble di materiale elettronico che mi porterà dietro nel viaggio che inizia domani. A cena vado a Tossignano, vicino Imola, da mia madre. E' una di quelle sere d'estate ventose, così rare in questo angolo di pianura. Ascolto Fossati e gli Zero 7, ci sono tanti ciclisti sulla strada, fiancheggiata dalle vigne di sangiovese, con i cipressi sui crinali che danno un po' d'aria di Toscana a questo lembo di Romagna, la valle del Santerno, che si insinua nell'Appennino fino a sfociare a Firenzuola. La strada taglia la vena del gesso, la cicatrice di pietra bianca che solca la regione a queste latitudini.
Nel viaggio di andata, e poi in quello di ritorno, penso a tutto quello che mi è successo in questi 12 mesi, dalla scorsa estate a oggi, e a 12 mesi di vicende personali e professionali, che in gran parte vi ho lasciato vedere, intravedere o intuire in queste colonne, a volte nel testo, altre nel sottotesto, nei silenzi, nelle cose non dette. Le sfide, quelle vinte, quelle perse, quelle pareggiate. Le paure e le sicurezze. La ricerca di risposte, o spesso solo della capacità di porsi le domande giuste. Le abitudini di sempre, e la voglia di cambiarle, e di reinventarsi, prendere strade non previste e imprevedibili. Ridere. Piangere. Ascoltare. Immergersi. Sentire. Iniziare a vedere, non solo a guardare.

E' mezzanotte passata. Ho dimenticato di brindare, ma fatelo voi, virtualmente, con me.