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02 novembre 2010

Il giorno dei morti, l'oltraggio


Pier Paolo Pasolini - in memoriam
Inserito originariamente da duineser

Mi scrive Matteo, un mio amico, verso le 19.00 stasera. Matteo è di Castelmaggiore, è un economista, gli piace camminare, mangiare il gelato, lavora all'ufficio ricerche di Unioncamere, ed è gay. E oggi mi scrive “I miei genitori sono scandalizzati dalla nuova minchiata di Silvio. Mio padre lo vuole menare. E' necessario fare qualcosa. Porta il paese alla rovina totale.”.

Ci penso su un attimo, e poi penso che è un meraviglioso incipit, una chiosa a una giornata come questa. Un giorno in cui l'Italia è andata sott'acqua, la spazzatura ha continuato a seppellire Napoli, problemi come disoccupazione e de-industrializzazione hanno continuato a seminare il loro cancro, ma il paese si è dovuto occupare monocraticamente del nostro premier e delle sue intemperanze senili, e di una odiosa battuta omofoba. Che ha insultato i milioni di italiani che sono gay o sono padri e madri e fratelli e sorelle e amici di gay e di lesbiche, e che non possono accettare di essere paragonati a B, messi su un piatto della bilancia che ha dall'altra parte le attenzioni lubriche del premier per prostitute minorenni.

Perché il problema, caro Silvio Berlusconi, il problema non è il "guardare le belle ragazze". Facessi solo quello, saresti solo un attempato guardone, un pedofilo che ha bisogno di “carne fresca” per accendersi. No, Il problema è che le ragazze o meglio le ragazzine, tu le compri, le sfrutti, le trasformi in carne da macello, ne decidi il destino, come vuoi, con il potere usato a scopo personale, per fini oscuri che possiamo solo immaginare. Ecco. Meglio gay. Meglio 100 volte essere gay. E' più onesto più degno più umano. Grazie di avercelo ricordato, Silvio

Quello che hai detto, quello che si è saputo di te in queste settimane, ha acceso la rabbia di tanta gente. Più del processo Mills. Più del Lodo Alfano. Più delle ville di Antigua e del debito internazionale di Antigua miracolosamente cancellato. Perché quello che è successo, nel bene o nel male, ci tocca tutti nella carne, nel cuore, più da vicino. Ti sei rivelato scopertamente bugiardo, disposto a sovvertire istituzioni e legge pur di aiutare una minorenne con cui avevi avuto chissà quali trascorsi, delle cui parole, chissà, avevi paura. E hai scandalizzato e ferito molti, moltissimi italiani. Che delle legge hanno rispetto. Che non andrebbero mai con una prostituta, men che meno minorenne. E che devono occuparsi di un mutuo, di debiti, di disoccupazione di problemi reali, e non del tuo bunga bunga, dei tuoi festini a base di sesso e chissà cosa altro. Che magari ti hanno votato, ma stavolta si sono stancati, si sono sentiti feriti, abbandonati.

Quindi in un qualche modo la frase sui gay oggi è stata riparatoria. Volevi dire, come ha sottolineato anche Guzzanti stasera, “meglio puttaniere che frocio”. Un messaggio inviato alla pancia di un elettorato rozzo, ignorante, basico, invidioso del tuo patrimonio, del tuo potere, delle belle donne (prezzolate, ma tant'è) che ti ronzano attorno. Il tuo elettorato di base, quello su cui puoi sempre contare.

Ma a volte si fa il passo più lungo della gamba. Offendendo i gay hai offeso anche i loro padri, le loro madri, i loro amici, tutti coloro che sanno distinguere chi comunque vive a testa alta le proprie scelte e sa pagare il prezzo per la propria felicità, e chi si nasconde nelle ville a fare mercimonio del corpo altrui e del destino altrui. Ed è ancora un concetto basico, il bene contro il male, la viltà contro l'orgoglio, la dignità contro la mancanza di rispetto. Tu contro di noi. Ecco Silvio.
E chi vince, stavolta?


PS Oggi è l'anniversario della morte di Pasolini. Sarebbe bello averlo qui, sentire cosa avrebbe da dire oggi. Ma forse, chissà, magicamente, se ci fosse sempre stato in questi anni, forse non saremmo sprofondati così in basso, in questi abissi della civiltà e dell'inconsapevolezza in cui oggi viviamo, o meglio, diciamo di essere vivi.



24 aprile 2010

Resistenza e amore (24 aprile)

Otello, Giordano, Walter, Renzo, Ermanno, Antonio, Luciano, Corrado, Libero.



I nomi su questa targa, in via della Crocetta, in un pezzetto di Bologna ovest, nel mio "rione", come dice la targa. La targa con la stella rossa in cima, e il mazzo di rose e la corona con la fascia tricolore e le parole che fanno venire un brivido " partigiani di questo rione caduti sotto il piombo nazifascista a difesa della libertà."



La targa davanti alla quale passo ogni giorno, ma alla quale in questo mattino piovoso di aprile mi inchino, davanti alla quale mi commuovo.



Otello, Giordano, Libero, Ermanno, Renzo. I nomi di persone vere. Fratelli, padri, figli, amici, compagni, mariti. Uomini. Partigiani.



Morti in quella Resistenza di cui domani celebriamo sessantacinque anni. In quella Resistenza di cui ci si vorrebbe far dimenticare, ma che è viva, più viva e vera che mai. Una resistenza che mai come oggi sento (sentiamo in tanti) attuale e urgente. Perché davanti al razzismo, all'oscurantismo, all'intolleranza, ai bambini cui si vorrebbe negare la sepoltura, a coloro cui si vorrebbe negare la voce, davanti allo strangolamento della democrazia, ora e sempre, Resistenza.



Davanti al fascismo ormai sdoganato e risorto, spudorato, al fascismo in dosi quotidiane. Resistenza.



Resistenza e amore, come dice una canzone.Nient'altro.



Otello, Giordano, Ermanno, e proprio tu, Libero: grazie di avermi reso libero, libero di camminare in questo rione, a testa alta, oggi, 24 aprile 2010, sessantacinque anni dopo.

Un uomo libero. Come voi.

Blog posted here.





Resistenza e amore (24 aprile)



07 aprile 2010

A latere: una piccola storia di censura


23.25 - 11.25 PM
Inserito originariamente da pepe50
Una piccola storia squallida di censura. Una piccola storia emiliana. Una storia di orchi e silenzio, di chi ha detto che il re era nudo e ha pagato il prezzo, di ex comunisti mangiapreti, ora trasformatisi per interesse in censori di stato.

Una storia triste.

Una piccola storia di provincia, di un partito che un tempo era un grande partito laico ed è ora (mi illudo, non in maniera irreversibile, ma forse mento a me stesso, per pochissimo ancora) un piccolo partito in fondo bigotto e benpensante, incapace di tollerare la discussione, pronto solo a mantenere lo status quo e a scollarsi dai suoi valori. I valori della libertà, della sinistra, del pensare fuori dal coro, del dire che il re è nudo, del parlare di tutto senza paura.

Siamo a Carpi. La città più ricca d’Italia. Una delle più di sinistra. Forse.

Un sindaco del PD, Enrico Campedelli. Un’assessore alle politiche sociali che si chiama Miria Ronchetti.

Miria ha una pagina Facebook. Scrive del suo lavoro. Non so come lavori, ma scrive cose interessanti, belle, condivisibili:
Tipo: Oggi confronto di idee con associazioni di categoria e cooperative del terzo settore sul piano attuativo 2010 (programmazione degli interventi dell'anno). Spunti stimolanti sul lavoro dei prossimi mesi.
Oppure: vorrei che tra israeliani e palestinesi scoppiasse la pace.
O anche: Dove è finita la Legge? Quella che vale per tutti, generale, imparziale, non retroattiva? Se basta essere molti per comandare alla faccia di tutte le regole non siamo messi bene. Come potranno chiedermi di riconoscere il risultato di queste elezioni?
Miria ha 57 anni. E’ sposata. Ha due figli. E’ una persona posata, seria.
Miria, davanti allo scandalo dei preti e della pedofilia, dice qualcosa che in molti pensano, che salta fuori in rete nelle battute e nelle vignette più salaci, irriguardose. Fa una boutade. Dice – testualmente - Mi viene un pensiero cattivo: non e' che i preti non vogliono l'aborto perché vogliono tanti bambini a loro disposizione?
E’ una iperbole, una iperbole satirica, una frase forte, sicuramente, che potrà fare infuriare qualcuno, e applaudire altri, ma che depurata dalla sua secchezza di status di Facebook vuol dire: ma la Chiesa Cattolica, che lotta e ha lottato indefessamente per la vita di ogni feto, di ogni bambino non nato, perché non ha lottato con altrettanta forza per proteggere i bambini nati e cresciuti, dalle mani crudeli degli orchi al suo interno? Come giustifica questa cosa, come può aver protetto anche solo UN orco che ha violentato UN SOLO bambino?

E poi è vero, Miria dice questa cosa con la forza del paradosso, irride, ma esprime comunque un pensiero. Forte, laico, forse eccessivo, e contro cui ci si può scagliare, volendo, ovviamente, ma un pensiero.

E cosa fa il sindaco del PD di Carpi. Il Compagno Sindaco Campedelli?
Si indegna. Protesta. Spinge alle dimissioni l’assessore. E oggi accetta le dimissioni, con un comunicato che dice testualmente:
“Pur riconoscendo il lavoro prezioso svolto dall’assessore Ronchetti in questi mesi, e ringraziandola per la collaborazione prestata –quanto avvenuto ha fatto venire meno il rapporto fiduciario che aveva portato alla sua nomina. Chi ricopre cariche istituzionali, a qualsiasi livello, non credo possa permettersi dichiarazioni come quelle pubblicate su Facebook.”

Esatto. Dice “non credo”. Come se il poter esprimere le proprie opinioni fosse un optional. Come se il diritto di critica, di satira, di urlare la rabbia, lo sdegno, l’ira, fosse un lusso, qualcosa che a volte si ha e altre no. E chi decide, signor Sindaco, quello di cui possiamo parlare e quello su cui dobbiamo stare zitti? Quello che possiamo criticare anche ferocemente, o su cui essere acquiescenti?

Nella lotta contro gli orchi, ci sono solo due sponde. Nella lotta per la democrazia e per la libertà di espressione, pure.

Lei da che parte sta, Signor Sindaco, Compagno Campedelli?
Lei da che parte sta?
Lei che prova sdegno non per gli orchi e i loro complici, ma per chi gli orchi li beffeggia, magari crudamente, generalizzando come fa la satira, ma li beffeggia, e ha il sacrosanto diritto di farlo.

Da che parte sta?

Nelle tue mani


La violenza dell'orco avviene in tre fasi.

Prima c'è l'abuso, la violenza. Il corpo violato. L'intimità violata. Un confine oltrepassato. Lo strazio dell'innocenza, della fiducia. La nascita della vergogna di sé, di una vergogna che non avrà confine.

Poi la seconda violenza, il silenzio imposto, dall'orco o dalla vergogna di cui sopra, o spesso il ricatto, la bugia, l'intimidazione. 

Quindi, se si trova la voce per dire "io", per dire "no", una terza violenza, quella della copertura, dell'impunità, dell'omertà sociale, delle pastoie legali, di una giustizia che o non ci sarà, o sarà tardiva, o ancora peggio, lascerà gli orchi, i boia, i carnefici, liberi di commettere altre violenze, di spezzare altre vite, di perpetuare il ciclo dell'orrore, dell'impunità.

L'orco può essere uno sconosciuto, ma più spesso è un familiare, un amico di famiglia, un insegnante. O, come sottolineato in un vortice in crescendo, da qualche mese a questa parte, un sacerdote. Un prete. Il detentore del maggior rapporto di fiducia ipotizzabile, quello tra l'uomo e dio, tra un bambino o una bambina e Dio. Dio padre. La giustizia assoluta. L'amore assoluto. Quindi, terribilmente, tremendamente, una violenza paragonabile per impatto solo all'incesto.

E se l'orco non è l'uomo nero nascosto dietro le siepi ai giardinetti, ma colui che dovrebbe guidare, proteggere, aiutare, consolare, la domanda da porsi è: da che parte vogliamo stare?
Dalla parte degli inermi, dei deboli, delle vite straziate, spezzate, delle innocenze che mai più saranno tali? O dalla parte degli orchi? Dei boia? Dei carnefici? Di coloro che abusano del rapporto di assoluta fiducia per commettere crimini di cui Gesù Cristo stesso disse: “Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare."

Perché - mi dispiace - non c'è via di mezzo. 
O si sta con le vittime o si sta con il carnefice. O con le vite spezzate o dalla parte di coloro che le spezzano.

Da che parte sta il ministro Alfano, che indice un'ispezione governativa contro un giudice "reo" di investigare su casi di clero e pedofilia? 
Da che parte sta la curia di Bologna, che invece di sospendere Don Andrea Agostini, condannato a sei anni di reclusione per abuso su minori, lo trasferisce al Santuario di San Luca, simbolo della mia città?
Da che parte stanno coloro che minimizzano? Coloro che invece di accertare la verità erigono barriere, steccati? Coloro che hanno taciuto, insabbiato, decine di casi (ma anche se fosse stato UN solo caso, sarebbe stato meno grave? sarebbe stata una complicità più "lieve" con l'orco?).

Da che parte stanno coloro che reputano la pedofilia un peccato perdonabile in confessione, a differenza di peccati che necessitano di salvacondotti speciali come l'aborto?

Quando sento levarsi gli scudi acriticamente in "preventiva" difesa delle gerarchie cattoliche, penso che non si tratta di fare delle crociate, e che nessuno può condannare ipso facto un'organizzazione come la chiesa cattolica che aiuta, assiste, accudisce, con dedizione, fede e generosità milioni di persone su questa terra. Ma credo anche che arroccarsi non servirà a nulla. Che non servirà a nulla paragonare questa ondata di rivelazioni mediatiche a una "crociata contro il cattolicesimo" o come stoltamente dicono alcuni, all'olocausto.
Non è in atto una campagna per "criminalizzare" la Chiesa. E' in atto una campagna per la giustizia. E nemmeno le gerarchie vaticane potranno sottrarsi alla giustizia degli uomini, alla giustizia di coloro che stanno dalla parte degli innocenti. Contro gli orchi, e contro coloro che hanno permesso agli orchi di esercitare per anni, per decenni, i loro crimini.

Finché l'ultimo prete pedofilo non sarà stato consegnato alla giustizia, e insieme a lui tutti coloro che negli anni lo hanno coperto o nascosto, che finché tutti i nomi e i cognomi e i crimini non saranno resi pubblici, in tutto il mondo, non ci sarà pace. Non ci sarà giustizia. Non ci sarà redenzione o rinascita possibile.

Forse decenni fa sarebbe stato possibile coprire tutto, nascondere tutto, ma oggi, in cui ogni evento riecheggia istantaneamente a ogni angolo del globo, ogni grido spezzato, ogni accusa, ogni lamento che un tempo sarebbe stato coperto e insabbiato, percorre i continenti alla velocità della luce, e rivela quello che per troppo tempo è rimasto sepolto dal silenzio e dalla vergogna.

(per la foto si ringrazia Floberth)





04 marzo 2010

The house and the storm (and today's paper)


the house and the storm
Inserito originariamente da enrix_64 (off/on)
E’ un po’ che non leggo il giornale.
In un mondo ideale mi piacerebbe trovarlo sullo zerbino della porta di casa la mattina, fresco di stampa, ma siccome vivo nella grassa Bologna dove pochissime edicole si degnano di fare questo servizio di consegna, questo è un lusso impossibile, e quindi poi esco di casa, vado al lavoro, ne esco alla sera, e finisce che non ho modo di comprarlo, e alla fine mi accontento di sbirciarlo al bar o su internet. Così, quando un viaggio in aereo o in treno mi consente di avere due ore di tranquillità, e mi inoltro nelle pagine di Repubblica o del Corriere, e mi ritrovo in una selva oscura. O meglio, su una spiaggia. Con davanti un’onda anomala. O uno tsunami. Di merda.
Una cosa è leggere e seguire le notizie ogni giorno, altra è staccare la spina e poi ricollegarsi e scoprire in pochi minuti che

1) la Protezione Civile è sepolta da uno scandalo senza precedenti (e peraltro invece che gestire terremoti, frane e incendi, organizzava misteriosamente anche tornei ed eventi di vario genere, proteggendo chi da cosa, mi chiedo…), uno scandalo dove denaro mazzette e corruzione si sposano al mercimonio sessuale di minima lega (con tanto di prostituzione maschile collegata, ohibo, al Vaticano e al giro dei seminaristi e romani).

2) La campagna elettorale per le regionali è in pieno svolgimento, ma la destra (che vorrebbe gestire il paese) non è nemmeno stata capace di gestire la raccolta delle firme nelle due principali regioni italiche. E non parliamo dei candidati della PdL in Lombardia, dove, cito verbatim, compaiono “l’igienista dentale del Cavaliere, già ballerina a Colorado Café, il fisioterapista del Milan, il geometra di Arcore”).

3) Il Senatore Di Girolamo va in galera – simpaticamente - per accuse di riciclaggio e collusione con la ‘ndrangheta e la destra in parlamento lo applaude “solidale” (solidale per cosa? Per il riciclaggio o per la collusione con la malavita organizzata?)

4) Il parlamento fa passare une legge che aggira l’articolo 18, mentre sugli immigrati – sotto silenzio – si applica a macchia di leopardo una direttiva “segreta” che invita a espellere coloro che chiedono la sanatoria, sa hanno un’espulsione alle spalle (dal momento che la “mancata obbedienza all’espulsione” è un “reato grave” per cui è previsto l’arresto, a differenza di altri reati…). Quindi chi si vuole regolarizzare, si mette in gabbia da solo, ma solamente in alcune città, in altre no (un terno al lotto?)

5) Per la “par condicio” si aboliscono i “talk show” per un mese. Senza esclusioni. Come per dire, nell’impossibilità di far parlare tutti alle stesse condizioni, non facciamo parlare nessuno. E questa, non so a voi, mi pare tra tutte una delle cose più inqualificabilmente ingiuste (vogliamo dirlo? Una bastardata?).

E poi non parliamo delle armi all’Iran, e di quello che si legge nelle pagine più interne e di quello che è avvenuto nelle scorse settimane e che non trova spazio in Repubblica oggi, seppellito dalle emergenze del 4 marzo 2010.

Come ho scritto mesi fa, siamo nel tunnel. Siamo in un buio così pesto che non vediamo neppure la luce all’altro estremo. Perché forse non c’è fine. Forse resteremo per sempre in una democrazia menomata, manipolata, dove vige la legge del più furbo, dove la legge “vera” si aggira e si corrompe, e dove una bugia, ripetuta, diventa la verità (ah dimenticavo, il signor Mills “assolto”… in quanti su 60 milioni di italiani capiscono o sanno cosa è successo davvero? O credono alle parole delle veline del TG1?).

Nel tunnel. Un tunnel che ci siamo scelti, peraltro. E in cui alla fin fine diciamo, esplicitamente o per stanchezza o per connivenza “hic manebimus optime”.

27 gennaio 2010

Delbono e di Bologna


Snow over Bologna west
Inserito originariamente da Marco40134
Sono due giorni che leggo di Delbono, della Cracchi, della mia città, del Cinzia-gate, cercando di radunare i pensieri e farmi un’opinione non superficiale su quanto accaduto a Bologna questa settimana. Leggo giornali, blog, status di Facebook in cui giornalisti e lettori si accaniscono pro o contro, e alla fine la sensazione di sconcerto, di vuoto, di confusione, permane. Ne parlo con mia madre, che è stata seduta in consiglio comunale dal 1964 al 1969, con il sindaco Dozza, e ha partorito sia me sia mio fratello in quegli anni, rendendo simbolicamente anche noi parte reale di quella mitologica gestione cittadina. Ma anche lei, che sarebbe (se non fosse per l’età) il candidato perfetto come sindaco di Bologna, non sa cosa dirmi. Lei, che conosce tutti e tutto di questa città e delle stratificazioni sociali, politiche e di potere che la governano “de facto”, non ha parole, salvo dire “Scrivi che il prossimo sindaco dovrebbe essere una donna”. Già, una donna.
Questa storia dice molto delle donne e degli uomini. Dei rapporti di potere che si mescolano con quelli d’amore. Questa storia dice di lealtà e slealtà, silenzio e parole, verità e bugie. Dice di un uomo di potere che mescola una relazione amorosa con una di lavoro, e poi falsifica (probabilmente) le note spese dei suoi viaggi con lei, contravvenendo a due regole base che qualsiasi dirigente degno di questo nome dovrebbe conoscere alla perfezione: non si va a letto (Mai! Mai! Mai!) con una persona direttamente subordinata, e nelle note spesa si deve rendere conto di ogni centesimo. E non per moralismo, quanto perché il primo comportamento sovverte sia l’equilibrio affettivo e relazionale, sia la corretta funzionalità gerarchica, mentre il secondo rende vulnerabili, in caso di un controllo, alla perdita del lavoro (e se un’azienda vuole licenziare un dirigente – un atto sempre possibile, ma a carissimo prezzo - la prima cosa che fa è passare al setaccio le note spese, alla ricerca di abusi che possano giustificare una rinegoziazione dell’indennità di licenziamento).
E quindi cosa dice questa storia di Delbono? Che era sicuramente un bravo dirigente, un amministratore della regione che è riuscito a portare in cassa somme importanti come finanziamenti, un sindaco che si è in pochi mesi distinto per la voglia di fare qualcosa di serio dopo il quinquennio di letargo cofferatiano, ma che come uomo, come persona, aveva zone d’ombra molto profonde e torbide, se si è lasciato invischiare in un mix indistinto di gerarchia e sesso, di potere e piccoli abusi da 400 euro, a colpi di bancomat, senza riuscire in tanti anni a trasformare una relazione evidentemente importante in un amore da vivere alla luce del sole, senza i lacci, i segreti, i sotterfugi, gli abusi che hanno finito per colorare di giudiziario un comportamento privato, costringendolo alle dimissioni.
E forse nelle dimissioni rapide Delbono ha recuperato qualcosa, ha dato uno schiaffo morale, ha messo la città davanti a tutto (anche se mi resta il dubbio del perché ha accettato di candidarsi, sapendo di avere tanti scheletri nell’armadio: pensava forse, in una società mediatizzata come questa, in cui ogni battito di ciglia viene teletrasmesso in diretta, di poter sfuggire alla verità o – ancora peggio – alla versione distorta della verità che nasce dal pettegolezzo e dal chiacchiericcio?).
Quanto a Cracchi, che dire? Forse su di lei i giudizi sono più difficili da dare. Vittima di un uomo di potere che ne ha fatto il suo giocattolo e l’ha poi scaricata sia sentimentalmente sia professionalmente quando la passione si è affievolita? Oppure donna opportunista che è stata al gioco finché poteva guadagnare, e poi alla fine si è vendicata nel modo più duro?
Forse la risposta è entrambe le cose. La risposta sta nel tirare in ballo un concetto che siamo sempre pronti a dimenticare: che tutto, tutto, tutto, tutto quello che ci succede è nostra responsabilità, o alla peggio co-responsabilità. Che quindi possiamo ballare con il potere, e lasciarci bruciare dalla sua crudeltà, ma siamo entrati nella danza coscienti di a cosa andavamo incontro. Possiamo stare in una relazione segreta e forse avvilente, ma coscienti che esistono due parole alternative, “sì” e “no”, e ogni volta che usiamo l’una o l’altra senza avere una pistola alla tempia stiamo esercitando la nostra personale responsabilità. Possiamo decidere di vendicarci dell’uomo che ci ha tradite, ma sapendo quale prezzo pagheremo. Possiamo accettare del denaro, ma accettandolo saremo corrotti quanto il corruttore. E così via. E questo vale sempre. Per tutti. In questo caso per Cracchi. E per Delbono.
E infine Bologna. La città e il futuro. Perché questa storia apre un futuro incerto, in cui una città che aveva ricominciato a macinare progetti dopo un’amministrazione letargica di cinque anni, si ritrova senza giunta e senza un sindaco possibile.
La mia speranza è che NON si voti con le regionali a fine marzo, ma che si deroghi alla legge che non permette due elezioni nello stesso anno, andando ad eleggere il sindaco a maggio. La mia speranza è che ci siano delle primarie vere, in cui senza tatticismi di partito si cimentino le forze migliori della sinistra bolognese. Senza candidati paracadutati. Senza ricicloni. Senza soluzioni di ripiego.
E magari il prossimo sindaco sarà una donna. Magari giovane. E magari avrà un bambino durante il suo mandato. Sarebbe bellissimo.

29 ottobre 2009

In trans

Posso dire due paroline sul caso Marrazzo? Fuori dal coro, se possibile...

Posso dire che la sessualità, nel suo mistero, nella sua profonda, assoluta, rivelazione del sé, è davvero il cuore sacro dell'umanità?  E se una persona vuole esprimere la sua carnalità, la sua sessualità, con una donna dai capelli biondi o un uomo con la barba rossa, tre nani o una squadra di rugby o di nuoto sincronizzato, la vicina di casa o l'amico d'infanzia, o anche con un trans dalle forme robuste e dal corpo quasi infinito, può farlo come e quando vuole, senza che nessuno abbia il diritto di puntare il dito o di lanciare una crociata perbenista.

Il caso Marrazzo indigna al pensiero che le forze dell'ordine si dedichino all'estorsione e alla truffa, anziché a combatterle. Indigna nel vedere la violazione della privacy, lo schiacciamento della dignità di una persona, prima ricattata, poi violata.

Indigna nel vedere quanto può essere ingenuo un politico come Marrazzo, che si illude di non finire nel tritacarne dei media, di potere muoversi come un privato cittadino e non come una personalità politica, possibile vittima di estorsioni e ricatti. Indignano i suoi tentativi di copertura. Le sue menzogne. Il suo non capire che esporsi a possibili ricatti e truffe danneggia sia lui sia il ruolo che ricopre. Il suo non opporsi subito a un ricatto e l'aspettare mesi, nell'assurda speranza che la cosa si spegnessi.

Ma non mi indigna - e in fondo non mi interessa - il fatto che frequentasse transessuali. Se non vivessimo in una società completamente omofoba o, forse, ancora peggio, ipocritamente sessuofoba, tutto questo aspetto non ci scandalizzerebbe più della presenza di Marrazzo a una festa di diciottenni, o in compagnia di qualche prosperosa escort platinata. E invece è proprio questo il chiodo finale della crocefissione, il colpo di grazia, il cum shot della vicenda. Che Piero amasse gli uomini nel corpo delle donne, o le donne dentro il corpo di un uomo, che fosse abitante di una zona di confine tra il maschile e il femminile che accompagna l'umanità fin dall'alba dei tempi ma che è destinato a rimanere un oscuro segreto, un marchio di vergogna, il segno dell'infamia, anziché l'espressione di un vero mistero, di un'epifania di un sé scisso tra l'uomo e la donna, tra il dare e il ricevere.



[Titolo]



07 maggio 2009

Papi boom


star papi
Inserito originariamente da Tunguska.RDM

Non voglio infierire sulla questione Berlusconi-Lario-divorzio etc (il mio unico commento è stato che magari Silvio ne approfitterà per accorciare le tempistiche del divorzio da 3 anni a 3 mesi, beneficiando non solo se stesso ma tutta la società).

La cosa che più mi ha colpito nella confessione-sproloquio di Berlusconi a Porta a Porta, che in qualsiasi altro paese civile sarebbe inammissibile, è stata questa ricostruzione della famosa partecipazione alla festa di compleanno della sua giovane fan. "Avevo un'ora libera, sono andato alla festa di compleanno della figlia di una persona che conoscevo, che mi voleva parlare di due proposte di candidati"

L'idea incredibile è che un uomo come Berlusconi possa avere "un'ora libera". Parlo per me, che sono solo un normale lavoratore con una vita personale "standard": trovare "an hour to kill", un'ora da ammazzare, è un evento. Come può il primo ministro avere un "buco" nella sua scaletta... E SOPRATTUTTO ANDARLO A RIEMPIRE IN UNA FESTA DI COMPLEANNO DI UNA DICIOTTENNE.
A Napoli non ci sono ospedali da visitare, siti per i rifiuti da andare a vedere, magistrati che lottano contro la camorra da andare ad incoraggiare, lavoratori in cassa integrazione che hanno bisogno di risposte? E se proprio non si poteva fare nulla di tutto questo, non ci sono chiamate da fare, collaboratori da sentire? Con un paese messo come questo, un'ora del primo ministro andrebbe dedicata alla collettività, non al compleanno di una bionda diciottenne, di nome Noemi, simbolo di un'Italia superficiale, asservita al potere, acritica, e purtroppo, per ora, forse per generazioni a venire, assolutamente dominante.



11 aprile 2009

Silence, please


R.I.P.
Inserito originariamente da Ogami Sensei

La notte di domenica, a Bologna, nella mia casa al quinto piano, tra San Luca e il Ravone, non ho quasi dormito. E da noi, il terremoto non si è sentito, ma una sorta di malessere mi aveva preso, una selva di pensieri terribili mi tormentava, senza motivo, senza ragione. Alle 4.30 ho ceduto a un sonno leggero, e alle 8.00 mi ha svegliato l'SMS dell'ANSA che comunicava a tutti dell'avvenuto terremoto in Abruzzo. All'Aquila.

Non so quanti dei miei amici e conoscenti emiliani e settentrionali conoscano personalmente l'Aquila. La città se ne sta lì, dietro il Gran Sasso, un po' defilata rispetto all'Adriatico, con quel suo orgoglio abruzzese, marsicano, un po' ruvido ma composto, nobile, accogliente. In alto, con le sue novantanove piazze, le sue novantanove chiese, le sue novantanove fontane. Un capolavoro di architettura. Un tesoro, necessariamente, nascosto.
All'Aquila ci sono stato spessissimo, nell'infanzia, nell'adolescenza, fino ai vent'anni. Mia madre è di un paese a pochi chilometri, Antrodoco, un ultimo scampolo di Lazio che gravita tra Rieti e l'Aquila, e ogni estate si finiva nel capoluogo abruzzese a salutare gli zii e i cugini, a girare per i mercati alla ricerca di pentole in rame, provviste di zafferano, salumi, confetti. All'ospedale dell'Aquila ci sono stato a vedere mia nonna malata, per le strade del centro ci ho camminato con mio fratello, mia madre, con ospiti che venivano a trovarci da Bologna e rimanevano a bocca spalancata davanti a quel gioiello nascosto, così spettacolare e defilato. Ci ho riso, giocato, fatto foto, comprato fumetti, corso sotto il sole di tanti agosto,

Non riesco a pensare che adesso L'Aquila sia una città fantasma, popolata dagli spettri di chi non c'è più, di chi se n'è andato, di chi non riuscirà a tornarci. Non riesco a sopportare tutto il dolore. Non riesco a vedere la TV, mi limito alla radio, a internet. Tutto il chiacchiericcio, la ricerca dello scoop del dolore, mi sembra insopportabile.

Non riesco ad indignarmi veramente per Berlusconi che invita i terremotati a pensare a quest'esperienza come una vacanza in campeggio, che preferisce spendere 400 milioni di euro per non fare l'election day, o per i politici che inseguono le telecamere a fianco delle tendopoli. Non riesco a indignarmi per lo show continuo di Vespa, per le troppe parole, per le troppe fesserie. Non riesco a indignarmi per le norme sismiche non seguite, per i lavori pubblici eseguiti in regime di corruzione e malversazione permanente.

Non riesco a indignarmi, ADESSO. Ci sarà tempo per tutti i distinguo, per tutti i redde rationem, per la giustizia (che sarà comunque beffata, alla fine).

Adesso. Qui e e ora.

Adesso c'è troppo dolore vero, troppa morte vera, troppa umana miseria e impotenza davanti alla furia della natura, al pianeta che ogni tanto ci ricorda che siamo solo ospiti, siamo solo microbi sulla scala geografica e storica del mondo, e possiamo essere spazzati via in una notte di primavera, in un attimo, in un soffio.