Non parlo di politica su questo blog, di politica vera, non di temi morali, da quasi un anno. Come molte persone di sinistra, la vittoria schiacciante di Berlusconi l’anno scorso e il fondamentale stallo del PD, sono state un colpo così duro che si fatica a mettere nero su bianco quello che si pensa. Anche con gli amici, con le persone che condividono più o meno le mie idee, è diventato così penoso parlare di politica, che a malapena si fanno degli accenni. Lo sfascio è così profondo, la situazione così grave, che gli uomini e le donne con il cuore a sinistra – scusate se mi permetto di parlare collettivamente – se ne stanno un po’ in campana, accucciati, sentendosi a volte come i passeggeri involontari su di un autobus guidato da un autista mitomane, incosciente, che guida a 200 all’ora su una strada di montagna, a fari spenti nella notte, cantando a squarciagola, mentre noi ce ne stiamo in fondo sulla nostra poltrona a fare gli scongiuri, o far finta di dormire, o guardando fuori un paesaggio lunare sempre più desolato.
E la verità è che non possiamo fare (quasi) nulla. Berlusconi ce lo siamo scelti noi. Collettivamente. Credo profondamente che in una società evoluta ogni persona si scelga il proprio destino, che solo recuperando il senso di responsabilità di ognuno per se stesso si possa ottenere quell’onestà intellettuale e umana indispensabile alla crescita. E allora l’Italia ha scelto Berlusconi. Punto, Si merita un governo catto-fascista, un premier che vuole governare legibus solutus, intoccabile dalla legge, senza nemmeno sentire il parlamento. Legiferando come Santa Sede comanda nelle questioni morali e come Umberto Bossi comanda nelle questioni di immigrazione e federalismo, continuando a distrarre l’opinione pubblica e facendo passare il messaggio letale che dice “L’Italia è messa meglio degli altri paesi. L’Italia supererà la crisi meglio degli altri”. Dominando i media. Zittendo i magistrati.
Il vecchio detto “Calunnia, calunnia, qualcosa resterà”, diventa “Menti, menti, qualcosa resterà”. E intanto, mentre i fatturati della pubblicità calano ovunque, quelli di Mediaset, rimangono gli stessi, dato che nessuna azienda sana di mente deluderebbe il premier in un momento in cui gli aiuti di stato stanno diventando indispensabili.
Ma, dicevo, innegabilmente Berlusconi ce lo siamo collettivamente scelto, e ce lo meritiamo. Chi non l’ha votato, chi disprezza profondamente lui e il suo modo di fare politica, è in una sorta di shock permanente, soprattutto perché non c’è oggi una opposizione plausibile, anch’essa divisa, priva di progetto, arroccata sul vecchio. Sono stato alla Festa dell’Unità lo scorso settembre. Sono andato allo stand del Partito Democratico per chiedere se potevo tesserarmi. Nessuno ha saputo dirmi come. Devo andare alla sede di quartiere, pare. Se nel XXI secolo, per aderire a un partito, devo fisicamente recarmi nella sua sede, agli orari di apertura prefissati, e non posso farlo online, virtualmente, in tre minuti, significa che siamo ancora legati a un mondo che non esiste, alle sezioni di partito in cui i pensionati giocano a carte il sabato pomeriggio, mentre invece attorno tutto è fluido e vorticoso e i destini si inseguono tra i continenti, sul web e nei cieli, nei mari e nelle strade, e le migliori energie di una generazione rimangono inutilizzate, deviate verso altre direzioni.
Ho quasi 44 anni. Vedo al potere gente ultrasessantenne, ultrasettantenne, che non ha alcuna oggettiva conoscenza del mondo oggi e che pretende di governarlo. Alle mie spalle, vedo una generazione di ventenni trasformati in adolescenti e di trentenni agguerriti che, ironicamente, sgomitano a tal punto che finiranno per sorpassare noi figli degli anni ’60, gli ultimi cresciuti con i due blocchi, con la convention ad excludendum, con la Democrazie Cristiana, le assemblee di istituto, i referendum sul divorzio e sull’aborto, una politica partecipativa in cui credevamo ma che ha finito per autoalimentare solo se stessa e trasformare l’Italia nella più patetica gerontocrazia dell’Occidente.
Ecco, sulle ultime file dell’autobus ci siamo proprio noi, senza diritto ala guida fino al 2013 almeno, in questo stato di disillusione permanente, di shock politico prolungato. E magari preferiamo parlare di viaggi, economia, musica, libri, filosofia, religione, costume. O produrre, creare, immaginare, scrivere. Tutto, pur di sopravvivere nella notte, pur di mantenere viva una speranza, pur piccola, pur microscopica, pur luminosa.
