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01 febbraio 2011

Ogni cosa è illuminata (cit)


The view from my window
Inserito originariamente da Marco40134

Mentre il treno percorre la campagna francese, da Angouleme a Poitiers e poi oltre a nord, verso Parigi, con Ora di Lorenzo nelle orecchie. Guardo l’orizzonte e la leggera foschia dei giorni della merla, di un luminoso gennaio di inizio decennio , e penso e mi lascio guidare dalla musica e dalle parole.

Sono mesi che non bloggo. Il blocco del bloggatore. Eppure scrivo. Su twitter, soprattutto. Continuamente. Dico la mia, faccio la telecronaca dei miei passi, e duetto e cinquetto con amici e amiche virtuali e/o reali, o un po’ tutti e due le cose.

E se ci si abitua a dire tutto in 140 caratteri ti viene quasi il panico davanti al foglio di Word bianco, in cui di caratteri puoi metterne 1.000 o 10.000 o 100.000. Argomento: quello che vuoi tu. Scadenza di consegna; nessuna.

Oggi, nella pianura, a mille chilometri da casa, a trecento chilometri all’ora (e quanti al secondo?), cose e idee in ordine sparso.

Un periodo di lavoro intenso, un’onda di progetti che si espandono su ogni latitudine e tema, la sensazione di non avere abbastanza ore nel giorno per fare quello che devo e quello che voglio, e mi limito quindi a quello che posso, giostrandomi tra riunioni, chiamate, e-mail, presentazioni, proposte, business plan. Per un fumetto che diventa sempre più globale, trasversale, trans mediale.

Molto lavoro sui fumetti digitali, su quelli che scaricheremo da iTunes, o dalla rete, ed è un lavoro improbo e difficile. Il fumetto è un’esperienza totale, tattile, persino olfattiva. Tutti ci dicomo “go digital”, e ci si imbarca in un percorso difficilissimo per temi di licensing e diritti, in cui moltissimi autori o editori rifiutano il passaggio al digitale (ignorando il fatto che –piratati – ci sono online quasi tutti i fumetti del mondo).
E non parliamo di iTunes che applica la morale puritana americana a tutto, obbligandoci a censurare qualsiasi centimetro di pelle nuda o a escludere a priori dal nostro sistema qualsiasi fumetto un seno nudo (e sono un bel po’!). O del fatto che un fumetto online (o un libro) sia considerato un prodotto multimediale e non editoriale, con IVA al 15% anziché quella ridotta che si paga per giornali e pubblicazioni.
E questo percorso a ostacoli per poi andare a creare applicazioni che incassano qualche DECINA di euro al mese, o anche meno, ma con l’idea di una crescita esponenziale nei prossimi anni.
Alla quale sono il primo a credere, ma solo se si riuscirà (come?) a frenare la pirateria che ha distrutto alcuni settori dell’audiovideo, stremato l’industria musicale, e potrebbe anche modificare (e ridurre) la produzione fumettistica, finché almeno non si tratteranno i downloaders illegali come i delinquenti che sono (se rischio l’arresto per il furto di un libro in libreria, perché si tollera il furto di contenuti solo perché dematerializzati e digitali? Sempre furto è).

E sempre in tema di lavoro, decido di fare di nuovo il redattore di una collana, dopo quindici anni di assenza, e torno a curare un mensile, i FANTASTICI QUATTRO. Un po’ per caso e un po’ perché negli anni ’90 era una delle collane più vive con un traffico di corrispondenza coi lettori (cartacea all’epoca) davvero da brivido. E poi viene l’onda di notizie sul fatto che i USA si è deciso di ammazzare uno dei quattro, e il mensile dei FQ da collana un po’ di secondo piano diventa una di quelle da non perdere, con le storie iperscientifiche, quantistiche, universali di Jonathan Hickman, scrittore indy reclutato per rilanciare la più antica collana Marvel con un’infusione di nuove idee, personaggi, situazioni. Decido di metterci dentro come appendice anche SHIELD, l’altra collana di Hickman, dedicata alla storia segreta del Marvel Universe: protagonisti Leonardo Da Vinci, Galileo, gli antichi egizi, Nostradamus: una serie imprevedibile e originale, che parla dell’architettura alchemica e matematica, dell’elemento umano e super umano nella macchina, che l’autore sta intessendo in tutto quel che scrive.

Fuori dal lavoro, un altro anno, un altro decennio. Passi che si muovono, parole, nella corrente o controcorrente. Aspettare l’alba e guardarne i colori. Fotografare il mio viso che a volte è stanco e a volte no, con la barba che si allunga e si accorcia a seconda del tempo che ho per passare dal barbiere, con gli occhi che parlano e dicono sì, no, forse, ascolta, ti prego, ti amo, ciao, addio, a seconda.

Senza contare i passi, libero sotto le nuvole.



08 settembre 2010

Sunset at the end of earth


Sunset at the end of earth
Inserito originariamente da Marco40134
Tante settimane senza blog. Come fosse diventato superfluo. Come se i fiumi, le montagne, i ponti, le strade, come se tutto quello che ho attraversato fosse qualcosa da dividere solo con pochi, con gli amici di FB, con i 116.000 contatti di Twitter (che sono tutti cinesi, quindi...) e con i pochi che mi seguono su Flickr. Un flusso umano di emozioni, di racconto, poco adatto al Sole24Ore, forse, o che non mi sento di condividere qui.
Ma ho scritto tante cose, questa estate.
Ho scritto di cieli impossibilmente azzurri e 5.500 chilometri Bologna- Svizzera – Finisterre e ritorno, della montagna perfetta, del dio del ghiacciaio, di quel che si perde e di quel che si guadagna. Ho scritto di danze sotto la pioggia, nel sole, in auto, di musica, e canzoni, e lacrime, e risate. Ho scritto del tramonto più a occidente d'Europa, e di quello che ti regala, in quel supremo istante di lucidità prima del crepuscolo.
E di come al ruotare dei mesi, al compimento di un giro della terra completo sul sole, anche la vita inizia a scivolare nuovamente, a trovare un suo solco, un suo respiro. E che si possono guardare le stelle in una notte incredibilmente limpida, senza albedo, tra le montagne, e dire sì, cavolo, sì.
Sì.

Poi.
Quindi.
C'è sempre il mondo. Il mondo che va avanti.
La politica, in Italia. L'ignobile cagnara su Fini, che lo rende simpatico a chi ha votato PCI finché c'è stato e continua a votare PD (ma pensa di smettere, salvo imprevisti).
E poi lo strappo di Fini, con un discorso da candidato premier, di prima.
E il PD anchilosato, moribondo, morto, confessionale, senza voce, senza idee, che distribuisce chicche come il sindaco di Ravenna che proibisce il naturismo a Lido di Dante (principale motivo di interesse turistico del luogo, della serie, shoot yourself in the foot). O come la regione Emilia Romagna che candida Silvia Noé (contraria ad aborto, pillola Ru486, matrimoni gay, testamento biologico) alla carica di presidente della commissione pari opportunità. O come il partito di Bologna che pare stia per candidare a sindaco un ennesimo personaggio d'apparato senza smalto. Insomma, ci siamo capiti. Il PdL affonda e il PD invece di buttarsi all'attacco si barcamena in ipotetiche alleanza con l'UdC. Senza capire che la creazione di una destra liberale e non berlusconiana riallinea e sconvolge tutto, e scardina alla base anche molte ragioni di essere dei democratici stessi.
Insomma. Ci siamo capiti.

E fuori dal piccolo mondo italico c'è il mondo largo, il mondo degli altri paesi. Di chi lotta e chi no. Delle vittime e dei carnefici. Delle donne da lapidare e degli omosessuali da impiccare. Delle maree nere e di chi ci guadagna milioni (o miliardi). Un mondo complesso, connesso, leggibile e indecifrabile, che mai potremo vedere tutto, che ci sarà sempre, là fuori, con i suoi cammini e i suoi sentieri, le sue città e le sue campagne, tutte uguali, tutte diverse, popolate da gente che parla tutte le lingue, pensa tutti i pensieri, e sogna sempre, ogni sogno, anche i più arditi, anche quelli impossibili.

Un mondo, tanti mondi. Anche stanotte. Anche qui.

21 giugno 2010

Above us only sky





La terra era marrone scuro, compatta, piena di sassi, radici. Abbiamo scavato con una zappa e una vanga, dandoci il cambio, due minuti a testa. Alla fine ci siamo messi in ginocchio e abbiamo finito il lavoro con le mani; e quel cielo infinito e implacabile sopra di noi, solo azzurro e nuvole e luce e un temporale in potenza e tutto il dolore del mondo, del nostro mondo, in quel corpicino avvolto in un lenzuolo bianco, il corpo di Emma, il corpo della nostra gatta.



Un dolore così è come un fiotto di sangue inarrestabile che parte dalle orecchie, dai canali lacrimali a fianco del naso e arriva ai piedi, e nel mezzo ci sono la pancia, i polmoni e il cuore, e hai l'impressione che sia tutto liquido, che il corpo sia liquido e bollente e che non ci sia un confine alla pena, allo strazio.



L'amore per un animale non passa per il cervello, non ha nulla di intellettuale. E' tutto istinto, è tutta emozione. Un gatto è la parte più segreta e misteriosa di noi, quell'andare-verso che rimane un restare-soli, un annusare e un abbracciare e un restare diffidenti. Un gatto è l'enigma della vita, non è mai nostro, è il nostro coinquilino, il nostro ospite desiderato, invincibilmente indipendente. E' il nostro amore.



E quando muore, quando dobbiamo dargli l'ultimo addio, quando gli diamo l'ultimo bacio, l'ultima carezza, e gli teniamo la mano sul costato mentre si addormenta per l'ultima volta, muore una parte di noi, muore quel pezzetto della nostra vita che ha respirato con lui, che infinite volte ha camminato per casa, sul terrazzo, ha dormito su divani, letti, pile di golfini, tappeti, vasi, scatole di scarpe.



Ed è un lutto che non ti aspetti, un'onda che ti travolge. Il cervello può minimizzare, può mettere in prospettiva, ma la pancia e il cuore ululano, gridano, impazziscono, per la perdita di un essere che ci ha accompagnato, cullato, accarezzato, e che si è presa magicamente cura di noi, in infinite notti, in infinite giorni, vegliandoci e proteggendoci con una magia che mai capiremo, ma che è antica di millenni, ed è il patto segreto tra l'animale domestico e l'uomo.



Emma come tutti i gatti aveva le sue peculiarità, le sue idiosincrasie, e nel ricordarla mi sembra davvero di ricordare una persona, unica nell'universo, unica nel mio cuore. Emma mi svegliava tutte le mattine, con tecniche raffinate che andavano dal leccarmi la pelata al gettare per terra con le zampe le pile di fumetti sul comodino, o gli occhiali. 



Emma non si limitava a mangiare con la ciotola, ma prendeva il cibo con le zampe e se lo portava al muso, quasi fosse un umano, quasi volesse imitare i suoi due padroni, i suoi genitori. E questo rendeva l'angolo delle sue ciotole un perenne caos di resti di cibo, che pazientemente andavano lavati e scrostati.



Ma questo era l'unico difetto della nostra gattina, che per tutto il resto si comportava in maniera esemplare: non miagolava, non si faceva le unghie sui mobili (preferendo una delle piante del terrazzo, sui cui ora resteranno per sempre i resti di dieci anni di convivenza felina). Disdegnava il cibo umano, e si poteva lasciare qualsiasi tipo di carne o di pesce sulla tavola o sul lavandino, certi che non avremmo trovato mai Emma intenta a mangiarselo. 



Emma se ne stava a dormire, da sola o in nostra compagnia, sulle nostre pance e le nostre ginocchia, salvo i momenti in cui usciva in terrazza, forse saliva sul tetto, e si dedicava ai misteriosi passatempi dei gatti domestici: stare appostata a controllare piccioni e corvi, dare la caccia ai pipistrelli, mangiare le foglie, restarsene appollaiata a controllare chissà cosa, enigmatica e sola, eppure sempre presente, un'essenza che in ogni istante sentivamo nella casa.



A volte si infilava nel guardaroba, e ogni volta che si usciva di casa il rituale era andare a controllare se non fosse rimasta chiusa dentro, come parecchie volte era successo, una addirittura per 24 ore. 



Emma era così. Emma era il nostro amore. Non c'è altro modo per dirlo. Emma sentiva il dolore, sentiva la tristezza, e veniva da te, a strusciarsi, a salire sulle ginocchia, a impastare con le zampe la tua pancia. Emma ti leccava le mani e il viso, se voleva. Emma sapeva salvarti la vita, sapeva dirti "vivi" quando ti sentivi morire, Emma era magica, dolce, sottile, discreta, ruffiana. Decideva chi gli piaceva e chi no, e snobbava certi amici e ne adorava altri, e si nascondeva durante le feste, salvo poi presentarsi verso la fine, a fare un giro, vedere chi c'era, dispensare qualche moina ai suoi preferiti, per poi tornare sul tetto o ai piedi del cipresso in terrazza, a guardare la luna.



Quando dopo sedici anni se ne è andata, portata via come capita quasi sempre da una nefrite, dalla perdita di funzionalità dei reni, il dolore mi ha travolto, ci ha travolti. 



Adesso Emma riposa nella terra della casa sul Sillaro, ai piedi di una grossa roccia che sembra quasi un altare celtico, in mezzo a un bosco di querce. Abbiamo scelto un punto da cui si vede la valle, un piccolo quadrato di terra su cui abbiamo posto una lastra di pietra, qualche fiore di campo, un po' di muschio. E una sola parola incisa con un sasso: Emma. Solo questo.



E dopo il funerale, nella casa vuota, nel crepuscolo assolato di un 17 giugno impossibilmente luminoso, ho pulito per l'ultima volta le sue ciotole e sono uscito sul terrazzo che lei tanto amava, pensando che non sarebbe mai più stato lo stesso, che non avrei mai più potuto aspettarmi di vederla sopra un vaso, o accovacciata sul muretto a fissarmi. 



E in quel momento l'ho sentita, ho sentito la sua presenza, ho sentito che c'era ancora, che non se n'era mai andata, che era pronta ad asciugare le mie lacrime, e a dirmi ancora una volta: vivi.

07 maggio 2010

Le cose che si fanno a maggio


Garden growth
Inserito originariamente da Marco40134

Svegliarsi e vedere la luce gialla del mattino proiettata sui palazzi di fronte, verso ovest, con questo muro impossibile e grigio scuro di nuvole dietro.
Accarezzare la gatta che fa le fusa e mangia un pochettino, caricare qualche foto di tramonti, e starsene così, tra il sorgere e il calare del sole, un venerdì di maggio.

Osservare le piante che crescono sul terrazzo.. Il gelsomino nuovo e i pomodori nuovi vicini all'ulivo e al limone di sempre, e le piante che credevo morte che in pochi giorni dalla potatura sono rinate e spingono verso il cielo foglie e arbusti.

Tenere ferma la gatta mentre la veterinaria le fa l'ennesima flebo, e lei accetta malvolentieri il liquido che le allungherà la vita.

Sentire ogni venatura dell'universo, ogni crepa, ogni respiro. Perché l'universo è vivo, siamo noi, è la vita che viviamo, ogni nostro risveglio, ogni nostro passo, ogni nostra lacrima, ogni nostro bacio.

E tutto cambia, a maggio, tutto rimane uguale, tutto fluisce, è un battito, un istante, un ultimo saluto, un primo contatto, l'estate che avanza anche se non si vede, sotto il sudario di nuvole.

13 aprile 2010

Ricomincio da qui


Ricomincio da qui
Inserito originariamente da LSPvestal

Ascolto Malika Ayane nella notte. Dopo il temporale. Dopo il crepuscolo. Dopo che la luce arancio di un tramonto impossibilmente perfetto ha dipinto una Bologna nuova, un po' allibita e illividita, ma viva, come sempre, viva .

Ascolto Malika e riconosco ormai le sue canzoni. Le ho sentite varie volte negli ultimi giorni.
Ho preso entrambi i CD, Grovigli, e Malika Ayane. La mia preferita è Come Foglie.





"Di tremare come foglie e poi. Di cadere al tappeto. Di estate muoio un po'. Aspetto che ritorni l'illusione di un'estate che non so. Quando arriva e quando parte. Se riparte.

E' arrivato tempo di lasciare spazio
a chi dice che di tempo e spazio non ne ho dato mai."



La ascolto nella notte, Malika, e guardo vecchie foto, leggo cose sparse, penso a cose diverse, ritagli, spezzoni, piccoli frammenti.

E' notte. Buonanotte, mondo, buonanotte.



29 marzo 2010

Sapessi come


Green Building in Milan
Inserito originariamente da Marco40134

Ho guidato da solo a fianco del Naviglio e per la strade della Grande Città in una macchina non mia, ascoltando musica non mia, canzoni randomiche da compilation sconosciute, ma facendo proprie entrambe, e incrociando jogger con le cuffie nelle orecchie, studenti che facevano le bolle di sapone davanti al liceo, anziani che trasportavano biciclette su ponti di metallo.

E in quest'aria diversa, in questa luce diversa, ho fatto foto a palazzi verdi, a felini di marmo, a tartarughe e pappagallini. E ho comprato un cartoccio di olive snocciolate al mercato del sabato di via Mercadante. Così, per allegria.
Camminando tra massaie e maghrebini, tra universitari e perdigiorno, ho perso tempo e camminato a lungo, in viali che a volte sembravano uguali, e a volte inediti e sorprendentemente diversi, con queste architetture anni '60 e piante rampicanti e giardini, e colori diversi da quelli che conosco: giallo, verde, bianco, grigio, antracite, amaranto, lontano dal familiare arancio, giallo e ocra di Bologna.

A Milano mi sento a casa, mi sono sempre sentito a casa. Mai capito perché, fin dalla prima visita oltre venticinque anni fa. Una città forse anonima, ma reale, viva, dura e dolce, brutta e bellissima. Nel sole, nella primavera appena arrivata, con il cielo terso, le Alpi visibili nello sfondo, come una cortina, è qui che mi accoglie, indifferente e al contempo ospitale. Nella luce.

28 marzo 2010

Noi, per una notte


Rai per una notte
Inserito originariamente da PDnetwork

Sono stato in Piazza Azzarita giovedì sera, a Bologna. E' la piazza antistante il Paladozza, il Palazzo dello Sport storico, dove giocavano a basket la Virtus e la Fortitudo e dove passano e sono passati cantanti e performer di ogni tipo. Ma l'altra sera sul palcoscenico non c'era un concerto, c'era Santoro, c'era Raiperunanotte, con 4000 persone a vedere il programma all'interno, forse due o tre volte all'esterno, e centinaia di migliaia attaccati alla rete. Me ne sono restato là fuori, a vedere passare la città, ritrovando volti familiari, volti sorridenti. A tratti mi sono voltato per vedere la luna a metà, accorgendomi che c'erano ragazzi arrampicati in cima ai camioncini, c'erano ragazze sul prato, sotto i portici, ovunque. E tutti guardavano lo spettacolo, applaudivano a volte, altre sbuffavano: tutto si può dire di Raiperunanotte tranne che sia stato perfetto. Non lo era, era a volte sforzato, altre ripetitivo, certe banale: ma era qualcosa di nuovo, un esperimento visionario di comunicazione "dal basso", e diceva qualcosa che è sempre più difficile dire, qualcosa cui siamo talmente assuefatti che ci siamo rassegnati, quasi, o troppo.

Diceva questo:

in Italia il presidente del consiglio controlla le reti di sua proprietà e le usa illecitamente come strumento di propaganda personale, in sfregio della legge e della morale politica nel senso più alto del termine.
Inoltre controlla le reti pubbliche ed altrettanto illegalmente è riuscito a zittire in campagna elettorale ogni programma a lui sgradito. Illecitamente.
I telegiornali pubblici e privati servono in dosi massicce solo come strumento di propaganda per il Primo Ministro e la sua parte politica. Di nuovo, illecitamente (vedi multa inflitta alla Rai, e che verrà pagata con i soldi pubblici, quindi con i nostri).

Sono verità. Che nessuno può negare. Nessuno in buona fede.
Eppure, diamo per scontato che sia così.
Pensiamo che sia ineluttabile, inevitabile.
E parliamo d'altro.
Dimenticando che è quello, il vulnus, l'illecito. La "cosa" che delegittima la destra dal governare il paese. Perché chi vince barando sulle regole del gioco, si può portare a casa il trofeo, ma ha barato, non gli appartiene, ha rubato la vittoria.

Ecco, Raiperunanotte ha detto questo. Che il re è nudo. Che se un Primo Ministro deve zittire tutto quel che può zittire, deve censurare, chiudere, bloccare ogni voce sgradita, commette una violenza contro il paese. Contro tutto il paese.

Oggi andrò a votare. Mai e poi mai mi asterrei. E voterò ancora PD. Non sono felice di come sta andando il PD, e le ultime, infelici sortite di Bersani sulla sentenza della corte Costituzionale sui matrimoni omosessuali sottolineano lo scollamento del partito da una vera, sostanziale visione laica della politica. Ma lo voterò perché mi sembra l'unico voto massicciamente utile a scuotere la situazione, l'unico che può avere un peso reale contro un governo che può zittire ogni voce sgradita (in TV ovviamente, l'unico mass media capace di muovere il consendo), ma non spegne il cervello di chi sa ancora pensare, ragionare, credere, sperare.

23 febbraio 2010

Oltre l'ombra sul cuore


An angel over Bologna
Inserito originariamente da Marco40134

Ho visto un angelo su Bologna. Si stagliava sul cielo, che diventava il cielo di un pomeriggio d'inverno troppo primaverile per il cuore. Si stagliava su via Indipendenza, nero nel controluce, e dispensava dall'alto la sua benedizione e il suo amore e i suoi incantesimi, sulla città bella e inconsapevole. Un angelo su Bologna. Un angelo su tutti noi.
L'angelo del destino e dell'amore, l'angelo che impietosamente e miracolosamente ci tocca con la sua ala, e allevia il dolore del cuore, e ci percorre e ci sorvola. Oggi, e in questa ora, e in questa notte, e sotto questa ombra del cuore.
Un angelo.

06 maggio 2009

Una frase, un rigo


.
Inserito originariamente da benno78

La lettera è arrivata per posta. Assieme alla bolletta del gas.
Non si riceve ormai più nulla di personale, che una lettera con la sua busta chiusa, il francobollo, l’indirizzo e il mittente scritti a mano, è qualcosa di quasi sconvolgente, una singolarità nel flusso della comunicazione quotidiana. Ma il nome l’ho riconosciuto subito. Claudia. La mia migliore amica. In prima e seconda elementare, circa 1972-1973.
Claudia da cui andavo a giocare quasi tutti i pomeriggio, con la quale genitori e maestra mi avevano messo in coppia, dal momento che io ero estroverso e lei timida, timidissima, e si pensava che mettere assieme due estremi avrebbe aiutato entrambi. Claudia. Una bambina magra con gli occhi e i capelli neri, a cui piacevano le bambole, la musica classica, la danza. Certo che me la ricordo, certo che mi ricordo quei pomeriggi, di un’altra epoca, un’altra vita, forse, ma ancora miei, ancora nostri.
E incredibilmente anche Claudia li ricorda, mi ricorda. E mi scrive. Una vera lettera, che mi commuove molto. Che parla di un passato che passato non è, e che miracolosamente vive ancora. Di due vite che si sono separate oltre trent'anni fa e procedono in parallelo, nella stessa città, senza mai toccarsi.
Con un unico filo che unisce lei a me. Un filo che passa da questo blog, che Claudia tutte le mattine controlla, per vedere se nella notte ho scritto qualcosa, se avrò parlato di qualcosa di nuovo, su di me, sui fumetti, sul cinema, o sull’altra faccia della luna, quella che non si vede mai dalla terra, ma che lassù, da qualche parte, inevitabilmente, c’è.

Claudia che ha un lavoro, su una torre che affaccia sulla tangenziale, sotto la quale passo ogni giorno andando a Modena, io sul mio binario, lei sul suo, due binari che si sono toccati, per poco, in quell'altro mondo di pomeriggi di bambole, soldatini e matite per colorare, e che oggi ancora si toccano, virtualmente, per posta e per interposta persona virtuale, quasi una metafora del cyberspazio che tutti ci connette, pur mantenendoci tutti nel nostro binario, nel nostro personale, intoccabile, universo.



25 marzo 2009

Non si parla di politica

Non parlo di politica su questo blog, di politica vera, non di temi morali, da quasi un anno. Come molte persone di sinistra, la vittoria schiacciante di Berlusconi l’anno scorso e il fondamentale stallo del PD, sono state un colpo così duro che si fatica a mettere nero su bianco quello che si pensa. Anche con gli amici, con le persone che condividono più o meno le mie idee, è diventato così penoso parlare di politica, che a malapena si fanno degli accenni. Lo sfascio è così profondo, la situazione così grave, che gli uomini e le donne con il cuore a sinistra – scusate se mi permetto di parlare collettivamente – se ne stanno un po’ in campana, accucciati, sentendosi a volte come i passeggeri involontari su di un autobus guidato da un autista mitomane, incosciente, che guida a 200 all’ora su una strada di montagna, a fari spenti nella notte, cantando a squarciagola, mentre noi ce ne stiamo in fondo sulla nostra poltrona a fare gli scongiuri, o far finta di dormire, o guardando fuori un paesaggio lunare sempre più desolato.

E la verità è che non possiamo fare (quasi) nulla. Berlusconi ce lo siamo scelti noi. Collettivamente. Credo profondamente che in una società evoluta ogni persona si scelga il proprio destino, che solo recuperando il senso di responsabilità di ognuno per se stesso si possa ottenere quell’onestà intellettuale e umana indispensabile alla crescita. E allora l’Italia ha scelto Berlusconi. Punto, Si merita un governo catto-fascista, un premier che vuole governare legibus solutus, intoccabile dalla legge, senza nemmeno sentire il parlamento. Legiferando come Santa Sede comanda nelle questioni morali e come Umberto Bossi comanda nelle questioni di immigrazione e federalismo, continuando a distrarre l’opinione pubblica e facendo passare il messaggio letale che dice “L’Italia è messa meglio degli altri paesi. L’Italia supererà la crisi meglio degli altri”. Dominando i media. Zittendo i magistrati.  

Il vecchio detto “Calunnia, calunnia, qualcosa resterà”, diventa “Menti, menti, qualcosa resterà”. E intanto, mentre i fatturati della pubblicità calano ovunque, quelli di Mediaset, rimangono gli stessi, dato che nessuna azienda sana di mente deluderebbe il premier in un momento in cui gli aiuti di stato stanno diventando indispensabili.

Ma, dicevo, innegabilmente Berlusconi ce lo siamo collettivamente scelto, e ce lo meritiamo. Chi non l’ha votato, chi disprezza profondamente lui e il suo modo di fare politica, è in una sorta di shock permanente, soprattutto perché non c’è oggi una opposizione plausibile, anch’essa divisa, priva di progetto, arroccata sul vecchio. Sono stato alla Festa dell’Unità lo scorso settembre. Sono andato allo stand del Partito Democratico per chiedere se potevo tesserarmi. Nessuno ha saputo dirmi come. Devo andare alla sede di quartiere, pare. Se nel XXI secolo, per aderire a un partito, devo fisicamente recarmi nella sua sede, agli orari di apertura prefissati, e non posso farlo online, virtualmente, in tre minuti, significa che siamo ancora legati a un mondo che non esiste, alle sezioni di partito in cui i pensionati giocano a carte il sabato pomeriggio, mentre invece attorno tutto è fluido e vorticoso e i destini si inseguono tra i continenti, sul web e nei cieli, nei mari e nelle strade, e le migliori energie di una generazione rimangono inutilizzate, deviate verso altre direzioni.

Ho quasi 44 anni. Vedo al potere gente ultrasessantenne, ultrasettantenne, che non ha alcuna oggettiva conoscenza del mondo oggi e che pretende di governarlo. Alle mie spalle, vedo una generazione di ventenni trasformati in adolescenti e di trentenni agguerriti che, ironicamente, sgomitano a tal punto che finiranno per sorpassare noi figli degli anni ’60, gli ultimi cresciuti con i due blocchi, con la convention ad excludendum, con la Democrazie Cristiana, le assemblee di istituto, i referendum sul divorzio e sull’aborto, una politica partecipativa in cui credevamo ma che ha finito per autoalimentare solo se stessa e trasformare l’Italia nella più patetica gerontocrazia dell’Occidente.

Ecco, sulle ultime file dell’autobus ci siamo proprio noi, senza diritto ala guida fino al 2013 almeno, in questo stato di disillusione permanente, di shock politico prolungato. E magari preferiamo parlare di viaggi, economia, musica, libri, filosofia, religione, costume. O produrre, creare, immaginare, scrivere. Tutto, pur di sopravvivere nella notte, pur di mantenere viva una speranza, pur piccola, pur microscopica, pur luminosa.



19 marzo 2009

Spring Haiku


Autumn Haiku for a Body
Inserito originariamente da Osvaldo_Zoom

I miei lettori fedeli reclamano nuovi post. Mi dicono “Dove sei finito. Ci manchi.”
E un po’ è vero che vi trascuro. Insisto a dire che bloggare nell’era di Facebook è diventato qualcosa di diverso. Qua limo ogni parola, impiego anche un’ora a scrivere un post, spesso nel cuore della notte o su un volo diretto chissà dove, con le cuffie dell’iPod in testa.
Su Facebook e in maniera minore su Twitter si condensa tutto in 140-160 caratteri, le piccole cose del giorno, gli umori, i minima immoralia e i minima moralia delle giornate del 2009.
Ed è sorprendente che a volte non serva altro, In pochissimi caratteri, quasi un haiku, si riesce a condensare un’emozione, una recensione, quello che succede.
Ricordo che fin da bambino ho avuto una passione per i riassunti. Prendere una storia e condensarla in trenta righe. In venti. In dieci. In una frase. Ricordo che a sette anni ci diedero una favola da riassumere, e la riassunsi –correttamente – in una riga. Spesso non serve altro, è il famoso “pitch”, il lancio del battitore che a Hollywood è diventato il sinonimo della proposta lampo, della frase che uno sceneggiatore usa per vendere un film a un produttore, e il produttore agli investitori e al regista, e gli addetti di marketing al pubblico, e parecchi spettatori ai loro amici.
Se una storia non è condensabile in un pitch, si dice, a Hollywood non può funzionare. Ma forse è vero per tutto, dall’Iliade a Lost, dall’Eneide al nuovo romanzo di 900 pagine di qualsiasi nobel della letteratura.

A volte penso quindi che dovrei in questo blog fare dei micro post. O bloggare una volta alla settimana con una serie di pensierini. Peraltro, a breve, partirà sul sito della mia azienda un blog ufficiale a tema “fumetti” (o meglio “fumetti Panini e politiche editoriali Panini”), liberando così Nova100 da interventi che spesso assomigliano alle discussioni di una riunione di condominio per utenti estranei al mundillo dei comics e dintorni. Si chiamerà “Io sono l’altro”, e solo i lettori Panini hard core possono capire l’oscuro riferimento fumettistico di questo titolo.

Quindi, su questo blog, resteranno il cinema, la vita, i libri, i fumetti in generale e non dal punto di vista di Direttore Publishing della Panini, la musica, la TV, i media, magari un po’ di politica, di psicologia, di cose mie personali che magari a voi non interessano in generale ma che mi permettono di chiarirmi la testa, a volte, di mettere agli atti delle cose di me, renderle, se volete, più chiare, nero su bianco su uno schermo, scolpite ad aeternum nella memoria virtuale del mondo che nulla perde o dimentica.