Sono stato a vedere Gran Torino, ed inevitabilmente ho pianto.
Non che il film sia volutamente strappalacrime, anzi. Ha moltissimi momenti divertenti, commoventi, e solo nel finale, inevitabile, durissimo, ma anche liberatorio, quasi consolatorio, raggiunge il culmine, quell’apice di emozione che arriva a toccarci oltre il convincimento del nostro distacco, il distacco tra noi che stiamo al di qua del quarto muro e la fiction che viene riprodotta davanti ai nostri occhi.
Insomma, alla fine, vedere Clint Eastwood andare incontro al suo destino, con questo piglio da duro che conosciamo bene e ci aspettiamo, ma che qui è alla fine tenero, indifeso, tocca le corde del profondo; con la complicità di una colonna sonora che solo alla fine trabocca sull’emozionale, ci si ritrova con la faccia solcata di lacrime, a piangere come ragazzini.
Poi, sono uscito, con i miei compagni di cinema, e siamo andati a bere qualcosa al bar davanti al cinema, in uno di quei centri commerciali/multiplex/multisala che possono essere a Casalecchio, Cracovia o Albuquerque, ma sono comunque identici: similazioni sintetiche, di acciaio e vetro, di centri urbani vivi e di cui presto non ci rimarrà che il ricordo. E in questo bar, circondato da ragazzi ventenni, con look, facce, destini e illusioni la cui lontananza da me inizio veramente a sentire un po’ in questo periodo, ho avuto solo per un attimo dentro di me una sensazione di spaesamento generazionale c culturale, forse parente di quella che sente Walt, il personaggio di Clint Eastwood in Gran Torino. Solo per un secondo, e ovviamente non così netto come il gap tra Clint e i suoi vicini asiatici, ma sì la sensazione che nella liquidità del mondo ci si può perdere, in questo traboccare di differenze, di mescolarsi di generazioni, etnie, orientamenti, idee, origini, destini. Solo per un attimo sono rimasto in piedi a guardare tutta quella gente, in quel posto così artificiale e così reale, sentendomi a loro estraneo e vicino, proprio come Walt nel giardino dei suoi vicini asiatici.
Un attimo, solo un attimo, quasi avessi premuto "pause" sul telecomando della vita, per poi ripremere subito "play" ed immergermi di nuovo nella musica, nelle parole, nella sera, in un qualsiasi mercoledì, in una qualsiasi città del mondo.