25 dicembre 2005

Memoirs of a gaijin


Il Giappone è, sotto tutti gli aspetti, un trip. Prendi l'aereo, rimani 12 ore in aria a 10.000 metri sorvolando l'Austria, la Polonia, la Russia, la Siberia, la Cina, e poi atterri nel posto che più di ogni altro ti fa pensare di essere non in un altro paese, ma in un altro pianeta. Quando ho visto Lost in translation, la cosa che più mi ha stupito è che la Coppola ripende tutti i "miti" del turista in Giappone, uno a uno, nessuno escluso... e che tutti questi "miti" sono veri, verissimi, così veri che quasi non ci si crede.

La città sterminata, la gente che brulica, sciamando come formiche e che ti ignora, il senso di spaesamento di essere così diverso da tutti gli altri, così unico e in fondo così solo in mezzo a 12 milioni di persone basse almeno 30 centimetri più di te, che si arrabattano freneticamente tra metro, lavoro, cibo, alcol, metro, aspirando a chissà quali cose e sognando chissà quali sogni

Gli hotel occidentali, così perfetti e freddi, un rifugio dal mondo esterno, ma allo stesso tempo una piccola trappola terribile, in cui rimani solo con te stesso, con la tua insonnia che non dà tregua, con la TV che trasmette cose incomprensibili a ogni ora, con la città che si stende ai tuoi piedi, così piatta sotto ai 30 piani da cui la osservi, con la sua essenza antica ed impietosa, le strade piene solo di taxi, vuote dopo mezzanotte, e tu pensi a quanto ogni cosa da qui appaia lontana, dall'altro lato del mondo, in un altro pianeta, forse.

Il cibo onnipresente, modulare, minimalista, buonissimo e rivoltante. Crudo, cotto, da cuocere, sminuzzato e polverizzato, da afferrare in punta di bacchetta e da succhiare facendo il massimo rumore possibile. Da annegare nella birra, nel saké, magari anche nel vino. Seduti per terra, con i piedi sotto il sedere, oppure a tavola, facendo lo shabu shabu, cioé cuocendosi la carne da sé nel pentolone di brodo che spumeggia davanti, questa carne così bianca, di mucche allevate a birra e massaggiate affinché il grasso sia uniformemente miscelato al magro.

I treni che vanno implacabili, affollati all'inverosimile o mezzi vuoti con la gente che dorme sulle poltrone, con le stazioni che vengono annunciate da voci di donna che sembrano cantare, e annunciano "Akasaka Mitsuke" o "Omote Sando" mettendo un accento su ogni sillaba, come una cantilena. La rete di metro che si incrocia con quella dei treni, con queste stazioni labirintiche, con dozzine di uscite segnalate in giallo, ognuna che porta a un punto diverso del quartiere, spesso dentro palazzi o grandi magazzini, in modo che il fuori, il dentro, il sopra, il sotto, l'esterno e l'interno si mescolano, mentre sempre e comunque la fiumana della gente ti accompagna o ti ostacola, e tua la guardi, a bocca spasmodicamente aperta.

E poi la città, con queste giornate di inverno impossibilmente terse e perfette, senza una nuvola in cielo, con sei-sette gradi fuori e trenta in quasiasi posto al chiuso, tutto un togliersi e rimettersi il giaccone. E poi la città, con i suoi viali e le sue straduzze, la tangenziale che gira in mezzo ai palazzi, che dal taxi si vede dentro le case. La città con i suoi parchi e i suoi giardini, e la sua tour Eiffel, il suo Golden Gate, la sua Statua della libertà. Con Omote Sando, alias i suoi Champs Elysees, e i bar, i ristoranti, i centri commerciali. Tutto frenetico, brulicante, mozzafiato.

E i giapponesi. Di solito tutti uguali, anche quando cercano disperatamente di essere diversi, vestiti in giacca e cravatta o con il tailleur, oppure tutti colorati con impossibili capelli e "mise" improbabili. Con i loro modi gentili, ma in fondo enigmatici. Loro non guardano me, ma io guardo loro. Sempre. Cerco di capire a cosa pensano, cosa vorrebbero ricevere per Natale, quali sono le loro aspirazioni. Cosa sanno del mondo fuori dal loro ciclo casa-lavoro-ristorante-casa. Li guardo, e un po' mi piacciono, un po' mi intrippano, un po' mi fanno paura. Ma sono così gentili e pronti ad aiutarmi, che gli perdono tutto. E gli sorrido.

4 commenti:

Giovanni O. ha detto...

Non sono mai stato in Giappone ma con la tua solita maestria nel descrivere ciò che hai vissuto, mi hai dato la sensazione di poterci essere stato anch'io laggiù! Comunque non penso sia il Paese ideale in cui vivere!
Buon riposo a casa!!!

Gulla ha detto...

qunto vorrei andarci pure io. sogno una di quelle giornate che hai vissuti te.
vorrei troppo andare in uno di quei licei con l'orologio immenso che suona dappertutto nello stesso modo, e mangiare con una bella ragazza sotto i sakura...

frankie666 ha detto...

amen gulla... lo sogno anch' io...

Anonimo ha detto...

Grande Marco! Per 3 minuti mi hai fatto vivere davvero in Giappone. Complimenti. Hai provato le cingomme alla caffeina? Fr.