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28 settembre 2011

Sopra il cielo

Photo by BenODen http://www.flickr.com/photos/benoden/
E ascolto i REM e metto la telecamera dell'aereo sul video e resto ammutolito davanti all'oceano che diventa terra e nuvole sovrapposte alla terra che sono il suolo temporaneo di questa corsa da 6000 miglia. Prima, a metà viaggio, c'è stato un momento di tempesta e l'aereo ha ballato e nonostante le 23 gocce di En tremavo tutto, tremavo dentro e ho stretto le mani della persona che amo e non ho avuto paura non ho detto preghiere sono stato sospeso in uno di quei momenti in cui tutto dentro è possibile e fai un salto di consapevolezza e dici "vivi".
Io vivo e Sergio non c'è più e conto le volte che l'ho incontrato e quanto poco sapessi di lui e lui di me, ma mi sentivo un po' figlio suo. In modo omeopatico, ma sì.
Chi un padre non ce l'ha avuto, non davvero, non come conta, le figure paterne o le cerca e le idolatra o le fugge,le svilisce, ne diffida. Io sono sempre stato sospeso tra le due cose, un gatto di Heisenberg emozionale. E con Sergio, per quei minuti delle volte che l'ho incontrato, quelle ore, forse, nei primi anni '90, mi sono lasciato guardingamente ammansire, soverchiato dal rispetto, dalla statura morale, dal genio di cui non potevo che sperare di essere apprendista di serie C.
Per questo, ora, piangendolo, penso ai giornalini di Zagor che divoravo da ragazzino, ai Nathan Never ai Dylan Dog. Ma sono personaggi, storie, per definizione, immortali, che leggeranno i figli dei nipoti dei nostri nipoti su chissà quale supporto olografico alta definizione 3D. Io piango l'uomo, quel poco, pochissimo, infinitesimo brandello di uomo che ha toccato la mia vita, facendomi pensare tante volte "a 80 anni voglio fare ancora i fumetti e farli come lui" ben sapendo che quel tipo di editoria, di imprenditoria che sovverte il business con il cuore e vince proprio grazie al cuore, non ha quasi diritto di cittadinanza nel 21esimo secolo e che Sergio è stato l'ultimo o uno degli ultimi gentleman del fumetto, che vedeva gli albi come storie, come la creazione del sudore e del sangue di autori e disegnatori, e non come numeri in un tabulato, con un segno + o - al fianco.
Un'editoria ancora pura, che si sostiene con le copie vendute, con l'amore dei suoi lettori, ricorrendo poco o nulla a merchandising e multimedia. Si sostiene con la qualità e con la pazienza, con il nerbo degli uomini e delle donne che la creano. Con l'amore di chi la legge. Un'editoria che nel ricordo di Sergio in qualche modo sopravviverà, adattandosi ai tempi, venendo a patti con il presente, ma ci sarà. Per lui. Per noi. Per la nona arte che chiamiamo nostra e che riempie di sogni i nostri sogni. Oggi. Sempre.
Addio, Sergio. Vivo. Vivi.


17 marzo 2010

Reed e il numero 5


Fantastic Four #571
Inserito originariamente da cskilpatrick

Ho letto il primo ciclo dei Fantastici Quattro di Jonathan Hickman e Dale Eaglesham senza troppo entusiasmo.

Avevo sfogliato uno degli episodi della storia, non il primo, e mi aveva deluso. I Fantastici Quattro sono una delle serie Marvel più complesse da scrivere, i suoi eroi sono delle icone moderne, e hanno alle spalle decenni di storie firmate da maestri come Lee, Kirby, Thomas, Buscema, Wolfman, Perez, Simonson, Byrne, Claremont, fino ai recenti Waid, Wieringo, Millar, Hitch. Renderli a fumetti non è facile, si rischia o di banalizzarli o di spingerli in saghe cosmiche che possono facilmente trascendere l’epicità e finire nell’eccesso, nella spettacolarità galattica fine a se stessa.

Hickman – autore del South Carolina fattosi notare per alcune collane della Image Comics – ha scelto come fulcro del suo ciclo il personaggio di Reed Richards, alias Mr Fantastic, alias “l’uomo di gomma” o l’uomo elastico, come lo chiama la vulgata popolare. E non è facile scrivere Reed.

Reed è l’uomo più geniale dell’universo, un “immaginauta”, ma un uomo che vive nel suo cervello, e che non si capisce come abbia potuto sedurre e sposare e avere dei figli dalla ben più carnale Susan Storm (che lo ha preferito al rude, irascibile, passionale Namor, il Sub Mariner).

Eppure Hickman ci è riuscito, e leggersi d’un fiato questo primo arco narrativo dedicato a Mr Fantastic è stata un’esperienza per un fan dei FQ come me… ma anche per un aspirante counselor di scuola gestalt che ha un’infarinatura meno che superficiale di Enneagramma.

Perché Hickman, nella sua narrazione di Reed, della sua infanzia, di come è oggi con il resto del mondo e della sua famiglia, riesce a dare – se ce ne fosse stato bisogno – una descrizione di Mr Fantastic come un prototipo perfetto di uno dei caratteri che compongono la stella a nove punte dell’enneagramma caratteriale. Perché Reed Richards, signore e signori, è un enneatipo cinque. Un perfetto, innegabile, affascinante prototipo del tipo caratteriale più cervellotico e schizoide che esista. Il cinque.

Ma prima di entrare in questa mia proposta di Reed come icona dei cinque, due-parole-due sull’enneagramma, dato che vorrei in una serie di post proporre alcuni brevi spunti su personaggi dei fumetti che incarnano le diverse “maschere” enneatipiche.

L’Enneagramma è uno dei modelli di classificazione delle tipologie caratteriali, adottato da più correnti di psicologia e soprattutto da uno dei filoni della gestalt. Si basa su una classificazione in nove “famiglie” di caratteri, segnate ognuna da una nevrosi di base o da un “peccato” di base. E’ una sorta di tassonomia dell’anima, inscritta in un antico simbolo sufi, l’ennegramma, il “simbolo a nove punte”, che secondo gli antichi poteva fungere da modello per ogni processo della natura e del mondo.

Secondo le teorie dell’enneagramma, il carattere si polarizza su nove “macrofamiglie” caratteriali, nove modi di vedere il mondo, e soprattutto nove sistemi di adattamento alla vita, nove sistemi di difesa, nove maniere di sopravvivere che diventano nove maniere di vivere.

E ognuno di noi, pur potendo trovare elementi propri in diversi enneatipi, ne incarnerà soprattutto uno, quello più vicino al modo che ognuno ha trovato per sopravvivere alla propria infanzia, e all’incontro/scontro con il mondo.

Ovviamente i personaggi dei fumetti non hanno un carattere, ma hanno una “caratterizzazione” , sono dei “caratteri”, dei “characters” , delle maschere. Ma alcuni, se li guardiamo bene, possono incarnare perfettamente alcune delle idee dell’enneagramma, possono diventare personaggi “ennatipici”.
Chi può negare che Spider-man sia un carattere sei (un fobico pieno di senso di colpa che si costringe al coraggio)? O che Thor e Iron Man siano dei due (orgogliosi, consci della propria forza, fino alla perdità dell’umiltà e dell’autocontrollo?) O per l’appunto, che Reed Richards, il capo dei Fantastici Quattro, sia un cinque.

Il cinque è il più cerebrale dei caratteri. Qualcuno che non chiede per non dover dare, e non dà per non dover chiedere. Qualcuno che da bambino è stato così “invaso” (dalla famiglia, dal mondo) che si è creato un mondo tutto suo, una bolla, una monade, un mondo di puro intelletto, dove le emozioni entrano pochissimo. Un cinque ama stare da solo. Un cinque vive soprattutto nel suo cervello. Spesso è un genio, o uno studioso, o una persona dedita alla scienza e alla ricerca più che alla vita di relazione. Un cinque è una personalità schizoide, diciamo.

E Reed Richards, da sempre, ma particolarmente nella versione di Hickman, è un cinque, un super-cinque. Chiuso nella sua stanza delle idee, si separa dalla moglie e dalla famiglia per cercare i 100 concetti che cambieranno il mondo, ma soprattutto il 101esimo “solve everything”, la soluzione di ogni problema dell’universo. E in questa sua dimensione separata conosce i Reed Richards delle altre realtà parallele, suoi corrispettivi che in questi mondi sono diventati ancora più potenti, ancora più geniali, in grado di manipolare i soli e di combattere con i Celestiali, gli dei cosmici che forgiano la vita dell’universo. Man mano che la storia continua, però, comprendiamo che il “nostro” Reed ha qualcosa che i suoi corrispettivi trans dimensionali non hanno: è l’unico a non aver rinunciato all’amore, alla sua famiglia. Perché il prezzo per essere una creatura suprema e risolvere tutto è proprio questo: rinunciare alla propria vita, rinunciare alle persone che si amano.

E quando Reed alla fine della storia esce dalla sua stanza e riabbraccia sua moglie, fa quello che si fa quando si decide di “lavorare” sul proprio carattere: fa un passo, un solo passo, fuori dalla stanza chiusa, fuori dal carattere, per vedere anche solo per un attimo come è il mondo visto con altri occhi.
E quell’unico passo, quell’unico attimo, cambia tutto, salva tutto, ci salva.

11 marzo 2010

Di fumetti

E' un po' che non parlo di fumetti, ironico per un blog che si chiama Fumo di China. Forse perché di fumetti ne sto "facendo" più che mai, con un abbandono che sembra quasi paradossale in questa temperie economica. Mai ho lavorato a un numero maggiore di albi, con risultati che a volte deludono, ma che spesso sono incoraggianti, come se in momenti difficili il conforto delle storie a fumetti di personaggi o autori che si conoscono potesse dare un po' di sollievo, un meritato svago.

Fumetti da segnalare, quindi, un po' in ordine sparso...

Lou_cover

Per Renoir è uscito Lou, edizione italiana, in un formato bello e originale, dell'omonima serie di Julien Neel edita in Francia da Glenat. Come sta succedendo sempre di più nel nostro paese, i volumi originali (formato A4, cartonati, con 48 pagine di storia) vengono accorpati al ritmo di due o tre alla volta, rimpiccioliti al formato 17x26 o 19x26 o similari, e proposti in una più economica brossura. Questo cambiamento "cosmetico" serve a vincere le storiche esitazioni del nostro mercato, e a rendere d'un tratto disponibili da noi opere altrimenti votate al limbo editoriale.

Nel caso di Lou questa metamorfosi editoriale è straordinariamente benvenuta, dato che ci troviamo davanti a uno dei prodotti di maggior interesse di origine francese, straordinariamente moderno, trasversale, una lettura che rinfranca chi ama la letteratura disegnata e la sogna svincolata da ogni lacciuolo, da ogni scuola, da ogni classificazione. Lou è a prima vista un fumetto "per bambini", nella tradizione del fumetto d'oltralpe che ha interiorizzato gli stilemi di una letteratura disegnata principalmente destinata all'infanzia (o agli adulti che si portano dietro l'infanzia sulle spalle, in un modo o nell'altro). Ma quando si legge, si rivela per quello che è, un fumetto/diario, la storia di una ragazzina figlia di una ragazza madre, in una Parigi modernissima e realissima, multiculturale, dove ci si innamora a suon di MSN e SMS, dove ogni riferimento a fatti o costumi realmente diffusi NON E' assolutamente casuale.
Con un disegno irresistitible, colori tenui e perfetti, Lou è un po' un cigno nero, un "unicum", e quindi forse difficilmente assimilabile a quel che il mercato richiede. Ma Oltralpe ha trionfato per la sua poesia, la sua leggerezza, la sua profondità. E per chi come me ha sognato la sua infanzia con Valentina Mela Verde, questo ne è l'equivalente, trent'anni dopo, con Parigi sostituita a Milano, e un salto generazionale e cronologico e tecnologico assolutamente senza rete.

In ambito super-eroi, lontanissimo da Lou e dai tetti della capitale francese, continuo a restare senza fiato leggendo Dark Avengers. Di Brian Bendis ho parlato, mi piace moltissimo quello che scrive e come lo scrive (con questi dialoghi "naturali" che emulano la parlata dei personaggi alla perfezione), ma quando si mette alla prova con psicotici, assassini, schizoidi, serial killer, dà profondamente il meglio di sé. Bisogna essere dei fan un po' "hard core" della Marvel, ma è davvero ottimo.

Continuano poi le serie che amo e che sempre cito in questo blog, tipo Invincible Iron Man, Captain America, Daredevil, ma permettetemi di citare due delle "new entry" nella hit parade dei comics preferiti dal sottoscritto: 

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Punisher MAX, la nuova serie del Punitore "adulto" scritto da Jason Aaron con disegni di Dillon, è una delle produzioni migliori della Marvel. Aaron (che sta facendo anche alcune cose interessanti con la nuova serie di Wolverine, WEAPON X) non fa rimpiangere Garth Ennis, e forgia uno dei cicli più cupi e duri mai visti del personaggio. Da leggere assolutamente.

Spider-woman-screaming

Spider-Woman: Bendis e Maalev ci riescono ancora, e dopo Daredevil affrontano un altro giustiziere "urbano", una donna stavolta, la Donna Ragno originale, Jessica Drew, completamente ripensata e rilanciata. E chi come me ricorda le sue storie a San Francisco scritte da Chris Claremont e disegnate da Steve Laialoha, questo ciclo della letale e misteriosa eroina ragnesca fa semplicemente venire i brividi addosso...

Noir, intensa, dannata, ricorda Alias (sempre Bendis, sempre una
donna), ma è Spider-Woman. Non proprio la sola e unica, ma
Spider-Woman. L'originale.





05 gennaio 2010

Esplorando


The sky above Berlin
Inserito originariamente da Marco40134

A latere sui racconti di viaggi. A latere sui post che parlano di emozioni e percorsi interiori. Un brano di TS Eliot che mi è arrivato per caso.
E che ho provato umilmente a tradurre.

We shall not cease from exploration
And the end of all our exploring
Will be to arrive where we started
And know the place for the first time.
Through the unknown, unremembered gate
When the last of earth left to discover
Is that which was the beginning;
At the source of the longest river
The voice of the hidden waterfall
And the children in the apple-tree
Not known, because not looked for
But heard, half-heard, in the stillness
Between two waves of the sea.
Quick now, here, now, always—
A condition of complete simplicity
(Costing not less than everything)
And all shall be well and
All manner of thing shall be well
When the tongues of flame are in-folded
Into the crowned knot of fire
And the fire and the rose are one.



Noi mai smetteremo di esplorare
E alla fine di ogni esplorazione
Arriveremo da dove siam partiti
E conosceremo quel luogo per la prima volta.
Attraverso il portale sconosciuto e senza memoria
Quando l’ultimo lembo di terra
Che ci resti da scoprire
Sarà ciò che era in principio;
alla sorgente del fiume più lungo,
la voce della cascata nascosta
e i bambini sull’albero di mele
sconosciuti, perché mai cercati,
ma uditi, a malapena, nella quiete
tra due onde del mare.
Svelto, ora, qui, ora, sempre-
Una condizione di completa semplicità
(che costa non meno di ogni cosa)
E tutto andrà bene
E ogni genere di cosa andrà bene
Quando le lingue di fiamma si incurveranno
Nel nodo di fuoco a corona
E il fuoco e la rosa saranno
Una cosa sola.

30 novembre 2009

Quando sorge la terra

Nova011 Quando sorge la terra, oltre
l’orizzonte lunare, e l’aria di Attilan sembra quasi cambiare spessore e
prendere un tocco del verde e del turchese del pianeta da cui proviene, mi alzo
dal letto in cui ho dormito un sonno senza sogni, e percorro nudo la stanza,
verso la teca di vetro che contiene il mio costume da centurione Nova Primo. Il
mio corpo è quello giovane e leggero di Richard Rider. Non ci sono specchi, ma
ormai lo conosco, so la forma delle dita, il peso del respiro, come sono i suoi
piedi, i muscoli delle sue gambe, sento la sua lingua in una bocca che non è la
mia. Il mio corpo è quello di Richard Rider, ma la mente è quella di Marco M.
Lupoi, anno di nascita 1965. Età corrente: 22 anni. Età cumulativa delle cinque
clonazioni: 244. Due secoli fa, matematico, e poi editore di fumetti, e poi
viaggiatore, scrittore, psicoterapeuta, cuoco, contadino, resistente,
pellegrino, invisibile, reietto, vittima, carnefice, scomparso, ritrovato,
padre, figlio, amante, marito, e ancora scrittore, ideatore, forgiatore, di
quello che sto vivendo adesso. Qui e ora.


  

Un qui che non è un luogo, ma la matrice del sogno, uno dei
Dream Weavers che in ogni città del pianeta permettono il salto dalla realtà al
Piano Tangente, all’iper-virtualità in cui ogni film, videogame, romanzo,
libro, fumetto, storia di secoli di narrazione si fonde, e in cui – pagando,
s’intende – possiamo ESSERE Nova Primo o Batman o Alice o Jonathan Fox o il
Genio delle Ombre o Alessandro Magno, esserlo nella carne nelle sensazioni, e
sperimentare tutto, vivere tutto. Pagando, s’intende…

Perché anche nella Tangente sopravvivono le caste, le
piramidi sociali. Ci sono i pariah, quelli della classe sub proletaria
dell’immaginario, che per pochi crediti fanno il salto per assistere alla
Guerra Kree-Skrull o all’Invasione Segreta o alla caduta di  Troia, e ci entrano come pedine, come
comparse, gente tra la folla, soldati nella schiera, assistendo a tutto ma
impossibilitati a interagire, meri spettatori, che sentono la pioggia che cade,
o il freddo del vento, ma sono come passeggeri in un corpo non loro, incantati
da quello che vedono, o atterriti.



A un livello intermedio, si può entrare nel corpo di uno dei
protagonisti, ma sempre come passeggero. Sentire il corpo di Ben Grimm,
respirare come lui, colpire ed essere colpito, o viaggiare nello spazio,
sventrare ed essere sventrato in una battaglia alla baionetta di titanio sui
bastioni di Orione. Ma sempre senza poter agire. Un cinema sperimentale, dove
il massimo terrore e la massima estasi sono richieste e accordate.



Infine, per chi nella matrice della Tangente ci è sempre
stato, per chi l’ha creata, con i suoi ricordi e con le idee e le fantasie di
ere con più sogni e più illusioni, o per chi ha può permettersi un canone di
100.000 crediti/mese, esiste l’Accesso Illimitato. In cui diventi Richard Rider
o Harry Potter o Wally West, e voli nel cosmo, manipoli la magia, o corri più
veloce della luce, e puoi interagire, vivere, amare, senza alcun limite, in uno
spazio tangente dove il virtuale è reale, e ogni ferita, ogni colpo, ogni
boccone che mangi, ogni orgasmo, sono veri, sperimentati, una vita più vera del
vero.



Una vita in cui adesso sono Nova Primo, centurione di
Xandar, amante di Gamora, la più letale assassina dell’universo, e di Peter
Quill, alias Starlord (che credo essere rispettivamente un programmatore di
Texarcana, e una sedicenne ragazzina genio di Kuala Lumpur, ma ha poca
importanza). Nova Primo che esce sul balcone del terrazzo del suo appartamento,
nella reggia di Freccia Nera su Attilan, nella zona blu della luna, e prende
l’ultima boccata di aria, questa aria sintetica che nell’ipervirtualità è più
metallica di quella che respirerei sulla terra. Poi afferra l’elmetto, lo
calza, sente il ronzio che annuncia la partenza del respiratore, sente la sua
pelle quasi fondersi con la fibra del costume, diventare come d’acciaio, e si
stacca e vola ed è in pochi istanti fuori dall’atmosfera di Attilan, con il
vuoto assoluto dello spazio che lo avviluppa, e la temperature impossibile che
a malapena la tuta riesce a sopportare, e davanti a lui le navi della flotta
Kree, pronte alla guerra, con gli Shi’ar 
e gli Skrull in lontananza, in orbita attorno a Marte, e la battaglia
che sta per iniziare.



Quassù, nello Spazio Tangente, a 200 anni dall’era dei
fumetti, della vita di carta che era anche mia, e che ora sembra così lontana,
con la sua stampa a quattro colori, l’odore dell’inchiostro… e la nostalgia che
mi prende un po’, quasi lieve, quasi impercettibile, e che ricaccio indietro
mentre trattengo il fiato e volo in avanti, volo verso Marte, volo via.









 





04 novembre 2009

Chi possiede Lucca?

Una scritta sul muro, nella notte, illuminata dalle luci al neon del centro della città. Chi possiede Lucca? La risposta è semplice: in questo ritaglio d'autunno tra ottobre e novembre, un po' Halloween e un po' Estate Indiana in ritardo, la città appartiene alla gente. Scema a frotte, a gruppi, decine di migliaia. In pochi si fermano a dormire, ne manca - semplicemente - lo spazio. Vengono dalla mattina alla sera, una scampagnata nel paese dei balocchi, in quello delle meraviglie, in un luna park. Ormai, alla quarta edizione restituita alla città, con le tensostrutture sparse nelle piazze, LuccaComics ha ormai un suo rituale: gli stand degli editori grandi e piccoli (ci sono tutti, tuttissimi, impensabile non esser presenti), i cosplayer che danno spettacolo e si fanno fotografare a ogni angolo, 140.000 persone che si snodano tra vie e vicoli e mura e cortili, e che si divertono, guardano, e soprattutto COMPRANO fumetti. Rispetto alle fiere che conosco, Barcellona o Angouleme o le altre fiere, a Lucca si va per acquistare: rarità e novità, albi da far autografare o da portarsi a casa. E' bello stare allo stand e notare i mix incredibili che fanno i lettori, e magari prendono gli X-Men assieme al manga per ragazzine, o il Punitore a fianco del fumetto giapponese più "kawaii".

Il mercato del fumetto, nonostante la crisi generale, continua a essere tonico: qualcosa si è perduto per strada, ma gli eroi di sempre continuano a essere una certezza, qualcosa di bello e collezionabile a un prezzo relativamente contenuto. Magari prendere una nuova giacca a vento è un sacrificio, ma l'ultimo Spider-Man o Rat-man o Dylan Dog è un piccolo pezzettino di paradiso che si prende a pochi euro, un arrimo felice, una fettina di quotidiano intrattenimento. Quindi a Lucca ci si va ancora, il tempo è bello, sono gli ultimi giorni dell'estate che si insinua nell'autunno, i colori degli alberi sono verde e oro, le mura avvolgono la città ma si possono superare, valicare, fingere di essere in un medioevo contemporaneo, e ritrovarci Nausicaa e il Comandante Mark, One Piece e il Commissario Spada, e così, per qualche ora o un paio di giorni, respirare, sorridere, vivere...



[Titolo]



27 aprile 2009

Vedi Napoli e.

A Napoli non ci andavo dal 2003, da ben prima di iniziare questo blog o il precedente. E in questi sei anni il Comicon, la manifestazione sul mondo del fumetto della città campana, è cresciuta e maturata a tal punto da sfidare sul terreno più arduo gli altri grandi festival dei comics, non dico italiani, ma addirittura europei. Merito del direttore Claudio Curcio, che in undici edizioni ha saputo costruire un evento che ha le sue radici nella città, un sacco di sponsor, un programma di mostre e di ospiti con pochi rivali. Basta pensare che quest'anno (colore ufficiale: il giallo) erano sulla scena Leo Ortolani, Massimo Carnevale e Tanino Liberatore, tre maestri per certi versi lontanissimi, ma ben assortiti, oltre ad altri autori dal Portogallo e dalla Cina, e facevano bella mostra di sè in cima a Castel Sant'Elmo, in uno degli edifici adiacenti alla Piazza D'Armi. E alla sera a cena ho mangiato una serie di piatti minuscoli ma tutti inevitabilmente gialli, insieme a quei tre autori ma anche a Ivo Milazzo, Eduardo Risso, Alan David, Massimo Giacon, Paco Roca, e una fila inesauribile di autori di mezzo mondo, tutti uniti nella degustazione culinaria in zona Via Chiaia e nel godimento di una città unicamente ospitale.

I risultati si sono anche visti a livello commerciale, con un "tutto esaurito" il sabato, che ha causato la chiusura degli ingressi, come di rado avviene in eventi del genere.

A Napoli ci sono stato pochissimo, due notti e un giorno, giusto per vedere com'era diventato il Comicon, ma ho finito per perdermi in uno spazio e un tempo umani e di sensazioni molto più vasti: la città che sovrasta i sensi, con la sua grandiosità decadente e barocca, fatiscente e maestosa, la notte calda in cui osservare il mare parlando di cinema, di Clint Eastwood e della complicata esegesi di Rat-man, l'attraversamento nel sole di Piazza Plebiscito (con tentativo vano di attraversarla a occhi chiusi in linea retta), e poi Castel Sant'Elmo, il MADRE, tanti fumetti d'autore o meno.

A stare qualche ora al Comicon si capisce non solo che questa città è viva, e abbraccia con abbandono il mondo delle strip e dei fumetti, ma anche che il mondo dei comics sta vivendo, un questa temperie di crisi mondiale e di rivoluzione nella fruizione dei media, una sua stagione di incredibile sviluppo e creatività. A parte gli stand Panini, Rizzoli e Planeta, alla fiera era tutto un pullulare di editori di piccole e medi, con una produzione autoriale tutta nuova, da Becco Giallo a Tunué, da Black Velvet a  001 Edizioni, come una nuova ondata di produzione di autori che usano il formato del romanzo grafico e il modello economico del volume da libreria prezzato 12-15 euro per raccontare nuove storie in modo nuovo. Un'ondata di cui ho acquistato una serie di volumi e che conto di recensire in futuri post di questo blog.

In sintesi, una manifestazione che continua a crescere, ma che ormai - Lucca a parte - rischia di diventare la seconda in Italia per gli aspetti culturali, l'organizzazione, e la partecipazione del pubblico.



31 marzo 2009

Perduti

Il 6 aprile ricomincia su Sky, LOST. Quinta stagione. Ma per moltissimi che leggono queste righe, è una non notizia, dato che più di qualsiasi altro serial americano, LOST è scaricato sulla rete, in tempo reale. Ogni settimana. Persino io, che sono pigrissimo e assolutamente contrario al download, non resisto alla tentazione ogni giovedì di scaricarmi la puntata di Lost andata in onda in USA il giorno prima. Con i torrent si ottiene il file in un'oretta, basta una chiave USB per passarla al DVD player e a guardarla con una definizione e un sonoro di ottimo livello. Mi chiedo, e spero che qualcuno di Sky sia all'ascolto, cosa impedisca a Sky di mandare in onda le puntate in inglese in contemporanea con l'America, magari in un canale apposito (facciamo SKY USA o SKY ORIGINAL), e poi doppiarle per il grande pubblico in un secondo tempo. Almeno potrebbe guadagnare con la pubblicità, e darebbe un freno al fenomeno dei download in crescita esponenziale.

A parte queste considerazioni oziose, due parole su LOST 5, dopo il consuesto spazio

SPOILER


SPOILER


SPOILER

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Se nella quarta serie si erano intravisti alcuni elementi propriamente fantascientifici solo nell'episodio THE CONSTANT e ovviamente nel finale, in questa quinta produttori e sceneggiatori sbrigliano le redini, e si entra nel tema che fin dall'inizio si poteva intuire in LOST: il tempo. I viaggi nel tempo. I paradossi temporali. La coesistenza delle cose, simultaneamente, in tempi diversi, in ere diverse. Ma non in realtà diverse, dato che la premessa di Abrams sembra essere "quel che è avvenuto, è avvenuto", e quindi andando nel passato non si finisce in mondi paralleli, ma si finisce per far avvenire proprio quel si sarebbe voluto evitare, per chiudere il cerchio e causare le cose come stanno/come stavano/come staranno.

E guardando le gesta di Sayid, Sawyier, Jack, Locke, Hurley, Jin, Kate e Juliette, finiti nel 1977 nel più impossibile dei rendez-vous spazio-temporale, mi viene da pensare che forse tutte le anomalie dell'isola... le donne incinta che morivano, la fonte di energia in fondo alla botola, Jacob, il mostro di fumo, gli orsi polari... sono state proprio causate dalla presenza sull'isola degli esiliati temporali dal 2007, in un loop, un serpente che si morde la coda, un po' come la storia della Sfinge marvelliana, che torna nel passato a dannare se stesso.

Staremo a vedere, mancano solo poche puntate alla fine della quinta stagione, cui farà seguito un sesta e conclusiva. Quello che continua a prendermi, in queste puntate, è il mix di fantastico e umano, di impossibilmente assurdo e di emotivamente credibile. Da un lato, il puzzle di paradossi e riferimenti incrociati. Dall'altro, le sensazioni e gli amori, le amicizie e gli odi, di questo cast che è ormai diventato un'icona di inizio secolo, un mosaico di personalità e personaggi che con il loro rimanere ancorati in un desiderio di normalità nonostante l'assurda anormalità del loro pelegrinare nello spazio e nel tempo, ci permettono di rimanere nella storia e sentirci coinvolti come in pochi altri serial TV, forse in nessuno...




20 marzo 2009

Elogio dell'ombra

Tre Olmi è come suggerisce il toponimo: tre case oltre la tangenziale di Modena, tre strade, molti pioppi, a schermare la pianura, e la sensazione di essere oltre la città in un senso più profondo della geografia: case che un tempo erano fattorie in mezzo al nulla e che ora sono a fianco di villette, pub e caseggiati, qualche parcheggio, e soprattutto lo spazio, piatto e implacabile, che sa di inverni di brina e grigiore e di estati implacabili e afose.

A Tre Olmi ha lo studio Andrea Chiesi, ex-fumettista visto su L’Eternauta (in un’altra era geologica, editorialmente parlando) e oggi pittore di ombre e luce, di interni industrali e burocratici, di spazi chiusi e vuoti. Ci siamo conosciuti alla Galleria Otto di Bologna anni fa, a un suo vernissage. All’epoca dipingeva scene di periferia, altalene vuote in parchi gioco deserti di notte, pali della luce su arterie periferiche. Mi sembrava una pittura di fantasmi, un’evocazione di presenze, una sorta di incantesimo artistico per richiamare sulla tela gli spettri veri o presunti di un esistenza urbana contemporanea senza pietà o compassione.
Oggi Andrea dipinge altro. Capannoni industriali, gasometri, archivi, biblioteche, uffici, sale d’aspetto. In un rigoroso bianco, grigio e nero. Lo vado a trovare nel suo studio e noto ci sono solo tubi e tubi di pittura di questi colori. Ne chiedo di sentire l’odore, che va alla testa subito, è piacevolmente intossicante, è una di quelle cose che dà corpo all’arte, nella sua essenza terrena, materica, analogica. Andrea ha un sito, ma nessuna scansione può rendere la texture della tela, i riflessi della luce di marzo sulle tele rigorosamente senza cornice o vetro, appese nello studio, qua a Tre Olmi, oltre la tangenziale.
Nei quadri di Andrea c’è un iperrealismo che iperrealismo non è. Non sono luoghi reali, questi, nonostante le sue pennellate ne ricalchino le forme. Sono trasfigurati dal bianco e nero, sono squarci di luce nelle ombre, sono spazi vuoti, vuotissimi, dove forse nessuno ha mai camminato o camminerà, nessuno parlerà, amerà. Sono forse metafore dello spirito, delle sue notti, ombre, di luci alla fine del corridoio, forse uno squarcio di cielo dietro una vetrata, un altrove dietro una porta chiusa, in cima a una scala a chiocciola. E forse in quelle luci, in quegli altrove, ci saranno persone e vita e colori, ma per adesso fissando i quadri si rimane qui, nel nero, nel grigio, nel bianco, a scrutare e scrutarsi, mentre è marzo fuori e da qualche parte una finestra si apre, una persona entra in una stanza.




14 marzo 2009

Toppi


Toppi in color
Inserito originariamente da Marco40134

L'ho incontrato, alla vernice della sua mostra di Bologna, il maestro Sergio Toppi. Gli ho stretto la mano, ricordandogli quel volume della serie di Repubblica fatto assieme qualche anno fa, e lui si è schernito quando l'ho chiamato "maestro". "Ma che maestro e maestro". "Sergio, allora?" "Sergio va benissimo".

Per chi è cresciuto leggendo il Corriere dei Ragazzi, Linus, L'Eternauta, Toppi è un vecchio amico, un "autore per gli autori", molto amato, molto ripreso da altri artisti, ma estraneo ai fasti del grande pubblico.
Nelle sue tavole il tempo è rarefatto, l'azione cristallizzata, l'emozione la percepiamo distorta da una spessa lente di distanza nello spazio e nel tempo. Eppure ogni tavola è un gioiello, ogni vignetta un viaggio in un altro mondo, un altro momento della storia e di noi.

Non ci sono altri autori come lui. Forse solo DeLuca, ospite l'anno scorso sempre qui al Museo Archeologico di Bologna, anche lui a BilBolBul, aveva la stessa personale visione di stile e di composizione della tavola, senza incertezze, senza dubbi, senza compromessi.
Oggi, nella marmellata di stili che impera, ironicamente un autore altrettanto originale faticherebbe a imporsi. Perdetevi quindi nelle sale del museo, tra le sue tavole: sarà un'emozione che non si ripeterà facilmente, non sui fumetti, non per molti anni.