07 dicembre 2006

And then, you die.


Non l’ho mai visto, in questi ultimi mesi. Lo ricordo quest’estate in spiaggia, sotto l’ombrellone, che come sempre non voleva fare il bagno, e restava in camicia, scarpe di tela e pantaloncini, con quel suo sorriso di giorno in giorno più assente, ma sempre dolce. I capelli lisci con la riga, bianchi, 83 anni e l’Halzeimer. Sua moglie voleva stare in acqua, non sarebbe mai uscita, e lui la fissava seduto sulla sdraio, e se a volte le correnti la trasportavano a pochi metri di distanza, si guardava in giro, perso, cercandola con lo sguardo, quasi che la temesse inghiottita dall’acqua.
Ci sfidava ancora a carte, non parlava praticamente più, ma al cinquillo era imbattibile. Non riconosceva le monetine di euro, erano tutte uguali, ma con che soddisfazione chiudeva e raccoglieva il piatto, nei pomeriggi di agosto, sul terrazzo, con il mediterraneo in fondo, e un’unica palma con colombe e pappagalli, tra noi e il mare.
In questi mesi, ho seguito da lontano il suo rapidissimo spegnersi, come se in poche settimane avesse deciso di togliere il disturbo, e di farsi bruciare dal male, il male implacabile e antico, che arriva a saccheggiare il corpo dopo che la mente già si è spenta, e non è per questo meno crudele, meno impietoso. L’ho sentito solo una volta, al telefono, a inizio novembre, quando suo figlio me l’ha passato, e io non pensavo nemmeno mi riconoscesse, ma gli hanno detto “E’ Marco, papà”, e lui ha sussurrato un “Ciao Marco” che mi e sembrato un dono così prezioso, l’ultimo saluto di un padre, quasi a compensare un altro addio che non c’è stato, tanti anni fa.

Poi, martedì mattina, alle quattro, la sola telefonata che può arrivare nelle ore prima dell’alba, e non sorprenderci, perché sappiamo che quando il telefono squilla nel buio che precede la luce, di solito è per dirci che qualcuno ci ha lasciati. E così, parto comunque per Londra, alle sette , perché l’appuntamento di lavoro di oggi è uno di quelli cruciali, irrinunciabili, ma cambio l’orario, lo anticipo, e alle due mollo tutto e vado a Heathrow, per imbarcarmi verso Granada. Mi ero ripromesso che ci sarei stato, al funerale, a qualsiasi costo,; al figlio, alla mogli, ho detto “Non preoccupatevi. Ci sarò, e sarò la vostra roccia”. e mentre cammino sotto la pioggia di Londra e pianifico gli spostamenti, penso che non abbiamo niente di più prezioso della nostra parola, e che non vorrei mancare a questo appuntamento per niente al mondo.

Quindi, da Londra a Madrid, da Madrid a Granada, il viaggio si dipana sotto la pioggia, mentre un’ondata di perturbazioni percorre il continente, e le piste di atterraggio sono enormi pozzanghere, e la notte scende sull’Europa, con l’inverno che inizia a stringere la sua morsa, per la prima volta quest’anno.

All’arrivo, poco prima di mezzanotte, anche Granada mi accoglie con la pioggia. La città con le sue luci arancio e la mole del suo centro collinare, con l’Alhambra in cima, sembra un paesaggio da incubo, sovrastata da questo cielo grigio, e bianco, e nero, spettrale. Nella camera ardente, sotto gli ulivi, lo vedo nella bara, ormai l’ombra dell’uomo che era, svuotato, smagrito, consumato, ma decoroso nel suo abito grigio, finalmente in pace. E da quel momento sono 24 ore di poco sonno, di lacrime, abbracci, strette di mano, caffè, una cerimonia, una piccola processione, e poi il cimitero del paese, in mezzo ai campi di tabacco, poche tombe, qualche cipresso. Non sono una roccia, alla fine, ma forse non c’è bisogno di questo, piuttosto di qualcuno con cui condividere le lacrime.

Lo lascio lì, tra quelle mura bianche, a fianco di quella cortina di pioppi, nel paese dove era nato e da cui se ne era andato quarant’anni fa, sfidando la sorte e lasciando l’Andalusia per Barcellona, vicino ai secaderos di tabacco di cui mi aveva parlato più volte. E finalmente il sole si fa vedere, squarcia le nubi, esalta sullo sfondo la Sierra coperta di neve. Juan è in pace, per la prima volta da molto tempo.

Adesso che scrivo queste righe, nella sua casa irrealmente silenziosa, mentre la sua famiglia dorme e l’unico fantasma ancora in piedi sono io, penso a quanto sono complesse le vie della vita, dell’amicizia e dell’amore, che mi hanno portato qui dall’altra parte dell’Europa, a testimoniare il mio affetto a qualcuno così lontano dalla mia esperienza, ma così vicino a me, alla fine, quando si spengono le voci, e si affronta il momento inevitabile, il segno di una resa invincibile

3 commenti:

Luigi Serra ha detto...

Marco, un post veramente commovente. In momenti come questi è difficile trovare le parole giuste. Ti sono vicino. Anche se non ti conosco di persona, ma attraverso i fumetti e il blog ho una grande stima di te. E questo tuo post ti conferma una persona veramente sensibile.
Ciao Luigi

Alessandro Di Nocera ha detto...

Grazie per questa condivisione.

smoky man ha detto...

Grazie Marco per queste commoventi parole che rendono omaggio alla memoria di un uomo. Grazie.
Purtroppo l'Alzheimer è una malattia terribile. E di cui poco si parla, ahimè.

un abbraccio
sm