20 luglio 2006

Tuesday in LA


Il programma di martedì è così simile a quello del lunedì che sono quasi tentato di non aggiornare il blog: colazione alle 8, preparazione dell’incontro di oggi, un paio d’ore al computer per la posta elettronica e le questioni italiche, lo spostamento dall’hotel fino al luogo dell’appuntamento. Oggi tocca a Bongo, quelli dei Simpsons, o meglio, allo studio legale che ne gestisce i diritti. Ormai è un appuntamento immancabile, dato che puntualmente ogni anno non possiamo esimerci dal prestare visita ai licenzianti di Homer, Marge, Lisa e Bart e parlare delle cento problematiche e questioni collegate a questi personaggi, che pubblichiamo con successo in Germania, Francia e Italia.

Questa volta si pranza a buffet nella sala riunioni dello studio, al 26esimo piano di uno dei principali grattacieli della città (“costruito dallo stesso architetto delle Twin Towers”, ci viene rivelato). Segue una lunghissima sessione di brainstorming su progetti passati e futuri dedicati ai Simpsons, nei diversi paesi in cui li gestiamo, e quando finalmente sono state coperte tutte le basi siamo già alla fine del pomeriggio, e la giornata è conclusa. Con quel poco di forze che a me sono rimaste (la caviglia è ancora fonte di agonia), ci trasciniamo in auto a Santa Monica, per vedere un altro (fornitissimo) comic shop e fare un giretto prima di cena.
Il centro pedonale di Santa Monica è incredibile. Ci sono tutti i negozi trendy tipici di un centro commerciale USA, ma inseriti in un contesto molto europeo, una sorta di passeggiata da località balneare. Tantissimi turisti, più di quanti ne ho visti nelle altre parti della città, ma soprattutto una quantità pazzesca di homeless. E siccome oggi la moda va “stracciona”, si ha una sorta di spaesamento nel vedere in uno stesso isolato borghesi francesi e middle class americana fianco a fianco di neri con la barba incolta o donne con i capelli unti, tutti comunque vestiti di stracci. Mi ha colpito moltissimo in questo senso anche visitare il negozio di Santa Monica di Abercrombie & Fitch. Trattasi di una catena americana che usa come elementi di marketing l'erotismo (suggerito ovunque), i locali molto “formali” (genere negozi di abbigliamento “bene” dell’Inghilterra degli anni ’40) e capi di vestiario tutti sempre e comunque “straccioni” e “cafoni”. Figuratevi che la nuova collezione è praticamente tutta composta da capi usurati “ad arte”, con le scritte mangiucchiate, i colletti consunti, le stoffe sbiadite, le cuciture sgrossate… sembra che abbiamo preso delle vecchie maglie e felpe di qualche universitario degli anni ’60 e ’70 e le abbiano replicate molecola per molecola. Il negozio ha tanto successo che c’erano 15 persone in fila per pagare e altrettante per provare i vestiti nei camerini. Volevo provarmi una polo grigia, stracciona ma non troppo, ma ci ho rinunciato… e sono tornato in strada dove i ricchi con gli stracci finti si mescolavano (mestamente, dico io) con i poveretti con gli stracci veri, sotto un cielo che per l’occasione era nuvoloso e freddo, e minacciava una tempesta che per ora, solo per ora, non è arrivata…

2 commenti:

Alessandro Di Nocera ha detto...

Forse questo è il post più bello della tua trasferta americana.

A volte pecchi di superficialità perché ti lasci trascinare dal tuo ego e/o da un mondo troppo banalmente privato per essere pienamente interessante.

Ma quando la tua (innegabile)sensibilità riesce a "proiettarsi fuori" allora riesci a cogliere davvero nel segno e a descrivere mode, scenari e stili di vita lasciando importanti spunti di riflessione.

Erano tre o quattro giorni che pensavo a quanto da te qui scritto e volevo dirtelo.

- Di Nocera -

Marco M. Lupoi ha detto...

Ale, non è facile scrivere un blog di questo tipo, molto pubblico e molto poco privato. O meglio, potrei farne uno solo di commenti su film, cronaca, costume etc senza dire nulla di quello che faccio lavorativamente o privatamente... ma non so so mi piacerebbe o se piacerebbe ai lettori